INDICE:
MARTIRI DEL XX SECOLO IN SPAGNA
BENEDETTO XVI
OMELIA DEL CARDINALE JOSÉ SARAIVA MARTINS
NUOVO SOCIO PER LE PROVINCE DELLA PENISOLA IBERICA
FESTA DELLA BEATIFICAZIONE DEI NOSTRI MARTIRI
OMELIA DI FRA CARLOS A.AZPIROZ COSTA OP
LA FAMIGLIA DOMENICANA CELEBRA I MARTIRI DEL XX SECOLO
NUOVO SOCIO PER LE PROVINCE DI ITALIA E MALTA
CHI SONO E DA DOVE VENGONO (AP 7,13)
MESSA DI RINGRAZIAMENTO PER LA BEATIFICAZIONE
I MARTIRI COLLEGANO LA LOUISIANA CON LA SPAGNA
B. BONAVENTURA GARCÍA PAREDES
800 ANNI!
LETTERA DEL MAESTRO DELL'ORDINE FRA BUENAVENTURA GARCIA DE PAREDES O.P. ALLE RELIGIOSE

Il Maestro dell’Ordine fra Carlos A. Azpiroz Costa op, augura a tutti e a ognuno dei membri della famiglia domenicana, abbondanti benedizioni dal cielo per Natale e il Nuovo Anno. Che tutti noi possiamo essere attenti uditori della Buona Novella e portatori di Gioia e di Pace.
MARTIRI DEL XX SECOLO IN SPAGNA
Lo scorso 28 ottobre ha avuto luogo, a Roma, la beatificazione di 498 martiri del secolo XX in Spagna, 74 dei quali appartenevano alla Famiglia Domenicana. Per questo motivo sono stati molti i pellegrini recatisi a Roma, per assistere alle diverse celebrazioni programmate. In piazza San Pietro si è riunito un gran numero di credenti, provenienti dalle diverse regioni spagnole e da altri luoghi della geografia mondiale.
Oltre alla legittima emozione che un evento di questo tipo suscita in quanti vi assistono e negli spettatori che seguirono l’avvenimento tramite i mezzi di comunicazione, desidero continuare a riflettere su ciò che abbiamo celebrato. Non posso prescindere, per questo, dalla dignità e dal rispetto con cui la maggior parte dei presenti ha partecipato alle celebrazioni. Ancora vivono fratelli e sorelle di sangue di alcuni dei beati, così come molti dei loro familiari più stretti. Le diocesi spagnole sono state rappresentate con la partecipazione di numerosi vescovi e con l’assistenza di molti fedeli. Le diverse famiglie religiose hanno fatto atto di presenza con un elevato numero di membri.
Animati dalla fede che professiamo vogliamo comprendere il senso martiriale dei beatificati. L’esperienza della fede ci permette di scoprire alcune sfumature nella riflessione: inerente alla loro confessione sta l’esigenza della fedeltà. Anche i primi cristiani dovettero confrontarsi, in non poche occasioni, da una parte con l’incomprensione violenta di alcuni dei loro contemporanei e dall’altra con le esigenze della loro fede.
Non dobbiamo dimenticare, d’altra parte, che i martiri di ieri e di oggi non hanno smesso di essere persone molto amate. Nei martiri recentemente beatificati, per la prossimità storica della loro morte, possiamo costatare la loro gioventù e il loro spirito costruttivo. Alcuni di loro furono specialmente amati e apprezzati non solo dai loro cari, ma anche dalle persone con le quali lavoravano e che servivano.
Chi può negare oggi che l’impegno di alcuni, credenti o no, per l’impegno sociale, per l’educazione, la sanità, la consolazione spirituale o la passione per migliorare le condizioni socio-economiche e lavorative di quel momento, non sia un valore da riconoscere e da apprezzare? Certo! I martiri beatificati si sono messi in evidenza per aver dedicato tutta la loro vita alle cause suddette e ad altre di valore non minore.
Le circostanze socio-politiche che concorsero resero difficili, presso alcuni settori sociali del paese, l’opportunità o no della beatificazione. E’ vero! Non tutti sono dentro e non tutti quelli che sono dentro lo sono. Sappiamo, per la tragedia della nostra storia, che le vittime nei diversi settori della società furono molte. Le diverse tendenze soffrirono l’orrore della guerra fratricida, la vendetta tra vincitori e vinti e una scia di odio accumulata e ancora non del tutto guarita ai giorni nostri.
Curare le ferite della nostra storia non significa dimenticarla. Abbiamo bisogno di continuare a fare memoria. Non per riscattare le ferite, per provocare la vendetta, ma per fare giustizia. Le vittime lo meritano. In loro ricordo si fa giustizia. Nel vissuto cristiano acquisiamo un nostro linguaggio del rispetto: parliamo di una giustizia che riconcilia. Il valore della loro vita va più in là delle tragiche circostanze della loro morte.
BENEDETTO XVI
ANGELUS - Piazza San Pietro, Domenica, 28 ottobre 2007
Questa mattina, qui in Piazza San Pietro, sono stati proclamati Beati 498 martiri uccisi in Spagna negli anni Trenta del secolo scorso. Ringrazio il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha presieduto la celebrazione e rivolgo il mio saluto cordiale ai pellegrini convenuti per questa lieta circostanza. La contemporanea iscrizione nell’albo dei Beati di un così gran numero di Martiri dimostra che la suprema testimonianza del sangue non è un’eccezione riservata soltanto ad alcuni individui, ma un’eventualità realistica per l’intero Popolo cristiano. Si tratta, infatti, di uomini e donne diversi per età, vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Ad essi ben si addicono le espressioni di san Paolo, che risuonano nella liturgia di questa domenica: «Il mio sangue - scrive l’Apostolo a Timoteo - sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4, 6-7). Paolo, detenuto a Roma, vede approssimarsi la morte e traccia un bilancio pieno di riconoscenza e di speranza. È in pace con Dio e con se stesso ed affronta serenamente la morte, con la consapevolezza di avere speso tutta la vita senza risparmio al servizio del Vangelo.
Il mese di ottobre, dedicato in modo particolare all’impegno missionario, si chiude così con la luminosa testimonianza dei martiri spagnoli, che vanno ad aggiungersi ai martiri Albertina Berkenbrock, Emmanuel Gómez Gonzáles e Adilio Daronch, e Franz Jägerstätter, proclamati Beati nei giorni scorsi in Brasile e in Austria. Il loro esempio sta a testimoniare che il Battesimo impegna i cristiani a partecipare con coraggio alla diffusione del Regno di Dio, cooperandovi se necessario col sacrificio della stessa vita. Non tutti, certo, sono chiamati al martirio cruento. C’è però un «martirio» incruento, che non è meno significativo, come quello di Celina Chludziñska Borzêcka, sposa, madre di famiglia, vedova e religiosa, beatificata ieri a Roma: è la testimonianza silenziosa ed eroica di tanti cristiani che vivono il Vangelo senza compromessi, compiendo il loro dovere e dedicandosi generosamente al servizio dei poveri.
Questo martirio della vita ordinaria è una testimonianza quanto mai importante nelle società secolarizzate del nostro tempo. È la pacifica battaglia dell’amore che ogni cristiano, come Paolo, deve instancabilmente combattere; la corsa per diffondere il Vangelo che ci impegna sino alla morte. Ci aiuti e ci assista, nella nostra quotidiana testimonianza, la Vergine Maria, Regina dei Martiri e Stella dell’Evangelizzazione.
BEATIFICAZIONE DI 498 MARTIRI DELLA PERSECUZIONE RELIGIOSA IN SPAGNA
OMELIA DEL CARDINALE JOSÉ SARAIVA MARTINS
Piazza San Pietro, Domenica, 28 ottobre 2007
1. Su mandato del Papa Benedetto XVI ho avuto il gradito compito di rendere pubblico il documento mediante il quale il Santo Padre proclama beati quattrocentonovantotto martiri che hanno effuso il loro sangue per la fede, durante la persecuzione religiosa in Spagna negli anni millenovecentotrentaquattro, trentasei e trentasette. Fra loro ci sono vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici, donne e uomini; tre di loro avevano sedici anni e il maggiore settantotto.
Questo gruppo così numeroso di beati ha manifestato fino al martirio il suo amore a Gesù Cristo, la sua fedeltà alla Chiesa cattolica e la sua intercessione presso Dio per tutto il mondo. Prima di morire perdonarono a coloro che li perseguitarono - addirittura pregarono per loro -, come si evince dai processi di beatificazione istruiti nelle arcidiocesi di Barcellona, Burgos, Madrid, Mérida-Badajoz, Oviedo, Siviglia e Toledo; e nelle diocesi di Albacete, Ciudad Real, Cuenca, Gerona, Jaén, Malaga e Santander.
Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «...il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede» (a2473). Seguire Gesù, infatti, significa seguirlo anche nel dolore e accettare le persecuzioni per amore del Vangelo (cfr Mt 24, 9-14; Mc 13, 9-13; Lc 21, 12-19): «sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Mc 13, 13; cfr Gv 15, 21). Cristo ci ha anticipato che il nostro compito è legato al suo destino.
2. Il logo di questa beatificazione che ha un rilievo storico, per il numero davvero ingente dei beati, ha come elemento centrale una croce di colore rosso, simbolo dell’amore spinto fino allo spargimento di sangue per Cristo. Accanto alla croce c’è una palma stilizzata che, intenzionalmente, assomiglia a delle lingue di fuoco nelle quali è possibile vedere rappresentata la vittoria conseguita dai martiri che, con la loro fede, hanno vinto il mondo (cfr 1 Gv 1, 4); esse raffigurano anche il fuoco dello Spirito Santo che scese sugli apostoli il giorno di Pentecoste, e così pure il rovo che arde e non si consuma (cfr Es 3, 1- 6), attraverso cui Dio si manifestò a Mosè nel brano dell’Esodo, come espressione del suo stesso Essere: è l’Amore che si dona e non si estingue mai.
Questi simboli si trovano incorniciati da una dicitura circolare, che ricorda la mappa del mondo; in essa si legge: «Beatificazione martiri di Spagna». La scritta dice «martiri di Spagna» e non «martiri spagnoli», perché la Spagna è il luogo dove furono martirizzati, inoltre è la patria della maggior parte di loro, anche se, in verità, alcuni provengono da altri stati, come la Francia, il Messico e Cuba. In ogni caso, i martiri non sono patrimonio esclusivo di una diocesi o di una nazione, ma al contrario, per la loro speciale partecipazione alla Croce di Cristo, Redentore dell’universo, appartengono al mondo intero, alla Chiesa universale.
È stato scelto come lemma per questa beatificazione il brano del vangelo di san Matteo: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 14). Come afferma il Concilio Vaticano II all’inizio della sua costituzione dogmatica sulla Chiesa, Cristo è la luce delle genti; questa luce nel corso dei secoli si riflette sul volto della Chiesa e oggi, in modo particolare, risplende nei martiri la cui memoria stiamo celebrando. Gesù Cristo è la luce el mondo (Gv 1, 5-9), che illumina le nostre intelligenze affinché, conoscendo la verità, viviamo secondo la dignità umana, quella dei figli di Dio. Così anche noi, trasformati in luce del mondo, illuminiamo tutti gli uomini con la testimonianza di una vita vissuta in piena coerenza con la fede che professiamo.
3. «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tim 4, 7). Così scrive san Paolo, alla fine della sua vita, nel testo della seconda lettura di questa domenica. Questi martiri, con la loro morte, concretarono le convinzioni di San Paolo.
I martiri non hanno raggiunto la gloria solamente per loro stessi. Il loro sangue, che impregnò la terra, fu sorgente di fecondità e abbondanza di frutti. Così lo manifestava, invitandoci a conservare la memoria dei martiri, Sua Santità Giovanni Paolo II che in uno dei suoi discorsi affermava: «Se si perdesse la memoria dei cristiani che hanno sacrificato la vita per affermare la loro fede, il tempo presente, con i suoi progetti ed i suoi ideali, perderebbe una componente preziosa, poiché i grandi valori umani e religiosi non sarebbero più confortati da una testimonianza concreta, inserita nella storia».
Non possiamo accontentarci solamente di celebrare la memoria dei martiri, ammirare il loro esempio e andare avanti nella nostra vita stancamente. Qual è il messaggio che trasmettono i martiri a ciascuno di noi qui presenti?
Viviamo in un’epoca in cui i cristiani sono minacciati nella loro vera identità: e questo vuol dire che essi o sono ‘martiri’, cioè aderiscono alla fede battesimale in modo coerente, o si adeguano. La vita cristiana è confessione personale quotidiana della fede nel Figlio di Dio fatto uomo, che può richiedere anche il sangue. La fede pagata con la vita anche da uno soltanto, ha l’effetto di rinsaldare quella di tutta la Chiesa. Allora proporre l’esempio dei martiri significa ricordare che la santità non consiste nella riaffermazione di valori comuni a tutti, ma nella personale adesione a Cristo salvatore del cosmo e della storia. Il martirio è paradigma di questa verità sin dalla Pentecoste.
La confessione personale della fede ci fa compiere un altro passo: ci permette di scoprire un legame forte tra la coscienza e il martirio.
«Il senso più profondo della testimonianza di tutti i martiri secondo quanto scriveva il cardinale Ratzinger - sta nel fatto che essi attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina. È proprio in questo senso che i martiri sono i grandi testimoni della coscienza, della capacità concessa all’uomo di percepire, oltre al potere, anche il dovere e quindi di aprire la via al vero progresso, alla vera ascesa» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza, Roma, Il Sabato 16 marzo 1991, p.89).
4. I martiri che oggi vengono iscritti all’albo dei beati si comportarono come buoni cristiani e, arrivato il momento, non ebbero dubbi nell’offrire la propria vita al grido di «Viva Cristo Re!». Agli uomini e alle donne di oggi dicono a voce alta che tutti siamo chiamati alla santità, tutti, senza eccezione, come ha dichiarato solennemente il Concilio Vaticano II, nel suo documento più importante, la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, nel capitolo V dal titolo «Chiamata universale alla santità». Dio ci ha creato e redento per essere santi! Non possiamo accontentarci di un cristianesimo vissuto tiepidamente.
La vita cristiana non si può ridurre semplicemente ad alcuni individuali ed isolati atti di pietà, ma piuttosto essa deve coinvolgere ogni attimo dei nostri giorni su questa terra. Gesù Cristo deve essere presente nell’adempimento fedele dei nostri doveri di vita ordinaria, intessuti di particolari apparentemente piccoli e senza rilevanza, ma che acquistano rilievo e grandezza soprannaturale quando sono fatti per amore di Dio. I martiri raggiunsero la vetta della eroicità attraverso la battaglia con cui diedero la vita per Cristo. L’eroicità alla quale Dio ci chiama va intravista nei molteplici contrasti della nostra vita quotidiana. Dobbiamo essere persuasi che la nostra santità - cioè quella santità a cui Dio ci chiama, senza dubbio - consiste nel raggiungere quello che Giovanni Paolo II ha definito il «livello alto della vita cristiana ordinaria».
Il messaggio dei martiri è un messaggio di fede e amore. Dobbiamo sottoporci ad un coraggioso esame di coscienza, e fare propositi, affinché questa fede e questo amore si manifestino eroicamente nella nostra vita.
Eroicità della fede e dell’amore nel nostro agire da persone inserite nella storia, come il lievito che dà il giusto fermento.
La fede, ci dice Benedetto XVI, contribuisce a purificare la ragione, perché aiuta a percepire la verità. Perciò, essere cristiani coerenti ci impone di non inibirci di fronte al dovere, di dare il nostro contributo al bene comune e di modellare la società sempre secondo giustizia, difendendo – in un dialogo forgiato dalla carità - le nostre convinzioni sulla dignità della persona, sulla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, sulla famiglia fondata sull’unione matrimoniale unica ed indissolubile tra un uomo e una donna, sul diritto e dovere primario dei genitori all’educazione dei figli e sulle altre questioni che nascono dall’esperienza quotidiana della società in cui viviamo.
Concludiamo, uniti al Santo Padre Benedetto XVI e alla Chiesa universale, che si estende nei cinque continenti, invocando l’intercessione dei martiri oggi beatificati e rivolgendoci con fiducia alla Madonna, Regina dei martiri, affinché, infiammati da un vivo desiderio di santità, ne seguiamo l’esempio.
NUOVO SOCIO PER LE PROVINCE DELLA PENISOLA IBERICA
Il 28 ottobre del 2007 Fra Carlos A. Azpiroz Costa op, Maestro dell’Ordine, ha nominato Fra Antonio García Lozano op Socio per le province della Penisola Iberica.
Fra Antonio appartiene alla provincia di Aragona. È nato in Fentelespino de Moya (Cuenca), Spagna, il 19 maggio del 1950, ha fatto la sua professione il 17 ottobre del 1967 ed è stato ordinato sacerdote il 30 marzo del 1974. Al momento della sua nomina era assegnato al convento di San Vincenzo Ferreri di Valencia, Spagna.
FESTA DELLA BEATIFICAZIONE DEI NOSTRI MARTIRI
INTRODUZIONE AI SECONDI VESPRI in S.Sabina 28.10.2007
Vogliamo ringraziare il dono della beatificazione che la Chiesa fa oggi alla nostra Famiglia Domenicana. Questa è una bella occasione per esprimere tanti sentimenti che si sono impadroniti dei nostri cuori durante la celebrazione realizzata in Piazza San Pietro. Qui sono risuonati i nomi che sono a capo di 23 Cause di martirio, che hanno avuto inizio da parecchi anni e che hanno raggiunto una felice conclusione.
Quattro di queste Cause ci riguardano in modo speciale. Una è quella intestata all’ex Maestro dell’Ordine, beato Buenaventura García Paredes, 78° successore di san Domenico e primo superiore generale beatificato come martire. Di questa Causa, aperta nella basilica di Atocha a Madrid nel 1961, fa parte un gruppo di 26 sacerdoti e 8 fratelli cooperatori delle province di Spagna e del Santo Rosario; ne fanno parte anche tre studenti e un novizio della provincia di Andalusia.
L’altra Causa ebbe inizio a Barcellona nel 1958 e presenta in testa ai nuovi beati il laico domenicano beato Antero Mateo García; lui e il suo compagno di fraternità beato Miguel Peiró sono stati i primi due laici domenicani di Spagna beatificati lungo la storia; anche suor Josefina Sauleda, monaca del monastero di Montesión di Barcellona, è stata la prima beatificata tra le monache contemplative spagnole, precisamente nell’VIII centenario della fondazione di Prouilhe. Sono primizie nella santità riconosciuta dalla Chiesa, anche le sette suore della Congregazione dell’Annunciata, Ramona Fossas e le sue compagne, e le due della Congregazione della Enseñanza dell’Immaculada, beate Carmen
Zaragoza e Rosa Adrover.
La terza Causa, alla testa della quale si trova il beato Celestino Alonso Villar, si è aperta ad Oviedo nel 1958 e riunisce 6 sacerdoti e 4 fratelli cooperatori della provincia di Spagna.
La quarta, infine, si è svolta nella sua fase diocesana a Santander tra il 1963 e il 1964, e comprende 8 fratelli sacerdoti e 6 cooperatori, che si dedicarono al servizio divino presso i santuari mariani di Las Caldas de Besaya e Montesclaros. La capeggia il beato Enrique Izquierdo Palacios.
Il proprio liturgico del nostro Ordine si arricchisce così di 74 nuovi beati, fratelli e sorelle appartenenti a tutti i rami della Famiglia di san Domenico. L’incontro fraterno di questa sera si svolge nella cornice incomparabile della basilica e del convento di Santa Sabina. Come ben si sa, l’ha consegnata papa Onorio III 786 anni fa al nostro Padre e al suo Ordine di Predicatori. Qui troviamo le orme dei suoi passi, della sua dedizione alla preghiera, allo studio e alla predicazione; qui ha vissuto una moltitudine di fratelli lungo i secoli, dal beato Giordano di Sassonia, a san Tommaso d’Aquino, san Raimondo da Peñafort, san Pio V, Henri Dominique Lacordaire, Giacinto Maria Cormier, per ricordarne solo alcuni; qui è venuta una moltitudine di papi lungo la storia; qui, infine, hanno pellegrinato molti di questi Martiri che a partire da oggi veneriamo sugli altari; in questo luogo ha presieduto celebrazioni liturgiche il beato Buenaventura García Paredes. Da qui ci presiede in questo momento il suo successore a capo dell’Ordine, fra Carlos Azpiroz Costa, 86° successore di san Domenico, che ringraziamo per la sua generosa accoglienza in questa che è la Casa Comune di tutti noi.
Postulatore Generale
OMELIA DI FRA CARLOS A.AZPIROZ COSTA OP
NEI II VESPRI DELLA DOMENICA CELEBRATI IN RENDIMENTO DI GRAZIE NELLA BASILICA DI SANTA SABINA - DOMENICA 28 OTTOBRE 2007
Siamo riuniti in questa Basilica, casa comune dei figli e figlie di san Domenico, costruita in memoria di Santa Sabina martire. Nel tempio si trovano le reliquie di Sabina e Serapia (la sua schiava – anch’essa martirizzata – che, secondo la tradizione le fece conoscere il Vangelo) insieme ad altri testimoni della fede: Evenzio, Teodulo e il papa Alessandro.
San Domenico, desiderando offrire la sua vita per Gesù Cristo, era solito pregare prostrato sulla lapide, che in mezzo al coro segnala il luogo in cui si trovavano ai suoi tempi le reliquie di questi martiri (ora collocate in un’urna sotto l’altare maggiore).
Siamo riuniti per ringraziare Dio in un giorno molto particolare: la beatificazione di 498 martiri tra i quali si contano 74 nostri fratelli e sorelle. Torno a ricordare, come ha fatto fra Vito all’inizio di questa liturgia, diversi «primati » o «primizie» che ci emozionano e a loro volta ci indicano un sentiero luminoso.
- Si tratta della prima beatificazione che vede riuniti – in uno stesso gruppo – figli e figlie di san Domenico appartenenti a tutti i rami della sua Famiglia... rami di un frondoso albero lungo il quale corre la stessa linfa; lo stesso sangue... Questi martiri sono realmente sangue del nostro sangue, carne della nostra carne, ossa delle nostre ossa (Cf. Genesi 2,23).
- In questo giubileo che ricorda gli 800 anni della fondazione della prima comunità domenicana contemplativa (Prouilhe), celebriamo la beata Josefina (Sauleda Paulís), prima monaca contemplativa beatificata come martire e prima beata contemplativa domenicana spagnola. Per questo motivo sono qui insieme a noi numerose religiose della Federazione dell’Immacolata di Aragona con la loro Priora Federale suor Maria Teresa Gil; un gruppo di monache del nostro Monastero di San Domenico di Caleruega (Federazione di San Domenico) e una della comunità di Malaga (Federazione di Andalusia). Auguri, in questo giorno tanto bello!
- Oggi sono state beatificate 9 religiose domenicane appartenenti a due Congregazioni molto amate: le Domenicane dell’Annunciata (7 religiose beatificate) e le Domenicane della Enseñanza dell’Immacolata Concezione (2 religiose beatificate). Saluto e mi congratulo specialmente con suor Natividad (Martínez de Castro) e suor Luz (Ortigosa Gambra), priore generali di entrambe le congregazioni, qui presenti accompagnate da un nutrito gruppo di suore. Auguri!
- Celebriamo anche i primi laici domenicani spagnoli beatificati come martiri.
- Infine ringraziamo Dio per il Beato fra Buenaventura García Paredes, primo Maestro dell’Ordine – successore di san Domenico – beatificato come martire.
Sono uomini e donne, giovani e adulti, religiosi e religiose, laici, predicatori e predicatrici, missionari e missionarie...
I nostri nuovi beati appartengono a quattro «gruppi» o «cause» (Madrid, Barcellona, Santander e Oviedo) che, come punti cardinali, ci orientano e ci mandano a tutte le nazioni. In effetti, molti di loro sono stati missionari in diverse terre. Davvero allarga il cuore leggere nella vita del beato Buenaventura le sue visite agli estesi campi missionari della sua provincia in oriente (Cina, Vietnam, Filippine).
Per questo la nostra celebrazione attira pellegrini giunti da molti luoghi diversi. Prima di tutto i famigliari di diversi dei nuovi beati (ai quali chiedo che si facciano vedere perché possa felicitarmi anche con loro). Sono giunti pellegrini dal Messico (seguendo le orme del beato Reginaldo Hernández, nato a San Miguel el Alto, Jalisco) e dalle Filippine (dove hanno compiuto il loro ministero di predicazione i beati Buenaventura García Paredes, Antonio Varona Ortega, Inocencio García Díez, Jesús Villaverde Andrés, Manuel Moreno Martínez, Maximino Fernández Marinas y Pedro Ibáñez Alonso).
I nostri fratelli e sorelle sono testimoni di Cristo nella loro vita e nella loro morte. Però quello che veramente colpisce, in tempi di così grandi divisioni inconciliabili, è che abbiano perdonato quanti li perseguitarono e li uccisero, a immagine e somiglianza dell’unico e vero Maestro, il quale dalla croce supplicò: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!».
Questa beatificazione di martiri domenicani – che si aggiunge a un primo gruppo beatificato nel marzo del 2001 – suscita soprattutto due domande. Non possiamo fare a meno di rispondervi... E’ giusto e necessario farlo. Come domenicani non temiamo le quaestiones disputatae, non temiamo lo sforzo della ragione, illuminata dalla fede, per cercar di comprendere ciò che appare incomprensibile. Non abbiamo timore della discussione, del dialogo, delle critiche che ci possono portare alla contemplazione della verità.
La prima domanda: Perché – o più esplicitamente – Perché è successo ciò che è successo?
In castigliano il «perché» si riferisce sia al motivo sia alle motivazioni. Rispondere al perché ci porta anche a una profonda analisi, storica e sociale. Effettivamente il contesto del martirio risponde al tempo stesso a diverse e complesse cause e circostanze.
Rispondere a questa domanda ci porta anche a entrare nei meandri del cuore umano. Qui si annida l’amore, ma anche l’odio; si costruisce la pace, ma anche la si distrugge con la violenza (a volte inaudita); fonte del coraggio e del valore, ma anche della paura. E’ il mistero nascosto nelle passioni umane!
Leggiamo in Geremia «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?». Meno male! La risposta del Signore non si fa aspettare «Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori...» (Geremia 17, 9-10).
La razionalità umana esige che possiamo giudicare attitudini e condotte, azioni... Però alla luce del Vangelo abbiamo imparato a non giudicare le persone e le loro intenzioni! Soltanto Gesù Cristo, Signore e Giudice della storia, deve giudicare i vivi e i morti, dando a ciascuno secondo la sua condotta (cf. Geremia 17, 10).
La seconda domanda sarebbe: in vista di cosa? La risposta punta precisamente alla finalità o al senso finale del loro sacrificio. Allora si fa luce, si illumina il panorama, come se la densità del fumo e dell’odio della guerra fratricida si dissipasse improvvisamente, segno della presenza di Cristo e del suo Regno! (Non mi riferisco al regno di coloro che scelgono la propria corona, ma al Regno di Gesù Cristo, nato in una mangiatoia e morto su una croce).
La morte dei nostri fratelli e sorelle si converte in memoria, presenza e anticipo di questo Regno. Memoria che si purifica, presenza che illumina, anticipo che indica a tutti l’obiettivo.
Un famoso poeta spagnolo segnalava un tempo tre grandi «mancanze»: la guerra, il carcere, la morte. La testimonianza di questi fratelli e sorelle grida la presenza della passione e morte di Cristo in mezzo a tante atroci mancanze...
Il martirio rende in un certo modo «pubblico» il dolore umano nascosto dietro a ogni guerra, ogni carcere e ogni morte.
L’impegno definitivo dei nostri beati e beate rende in un certo modo «pubblico» questo dolore, dandogli un senso definitivo. Dire «pubblico» non significa «a vista d’occhio» o « in prima pagina delle riviste o dei periodici più venduti». «Pubblico» in questo contesto significa «in nome della Chiesa». La Chiesa, fedele a Gesù Cristo vuole abbracciare tutta l’umanità, come il colonnato del Bernini ci abbracciava questa mattina in Piazza San Pietro, senza pretendere perciò di rinchiuderci in un impenetrabile recinto; senza impedire che altri si unissero alla celebrazione.
Vogliamo annunciare dai tetti la Buona Notizia del Vangelo... una buona notizia per «tutto il popolo» (Luca 2,10). Perché nel Vangelo non c’è posto per le divisioni o esclusioni. Cristo è la nostra Pace e supera tutte le divisioni che noi uomini cerchiamo di imporre a beneficio di qualcuno, escludendo gli altri.
E’ vero, è importante riconoscerlo, le tentazioni degli apostoli di Gesù sono anche le nostre:
- L’esclusione: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è uno dei nostri» (Luca 9,49).
- La vendetta: quando gli apostoli – riferendosi a un paese samaritano che non volle ricevere Gesù perché stava andando a Gerusalemme – dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Luca 9,54)
Conosciamo le chiare risposte di Gesù ai suoi discepoli in entrambe le occasioni.
Non possiamo negare che ognuno di noi abbia la sua ideologia. E’ come un DNA che ci accompagna sempre... Siamo figli di una famiglia, nati in determinate coordinate di spazio e di tempo, viviamo in un determinato luogo, in un determinato paese o nazione, ci hanno dato un’educazione particolare, pensiamo in un certo modo, reagiamo in un determinato modo davanti a determinate idee o domande degli altri, ecc.
Senza dubbio sì, confessiamo e riconosciamo che nessuna ideologia o modo di pensare può comprendere il Vangelo e al tempo stesso che Gesù ci ha chiamato a predicare a tutte le nazioni, il Vangelo è per tutti.
Se il sangue dei martiri è semente di nuovi cristiani (Tertulliano) la nostra missione è scoprire anche – laddove si trovano – i semi del Verbo! (San Giustino).
Cosa ci offrono questi fratelli e sorelle oggi? Senza dubbio la loro pietà, la loro devozione, la loro pazienza e la loro religiosità... Però, ripeto, soprattutto ci offrono una chiave, una vera chiave di vita e di lettura della storia, una chiave precisa e preziosa: il perdono.
Questo permette di aprire gli occhi, il cuore e la predicazione a tutti, perché ogni uomo e ogni donna è mio fratello e mia sorella.
In questo modo i martiri ci aiutano a leggere da una nuova prospettiva il passato, il presente e il futuro.
I martiri ci aiutano a scoprire qui e là che «gli altri» sono anche «dei nostri» e per questo ci insegnano a superare le divisioni umane provocate dalle diverse ideologie, i pregiudizi razziali o etnici, determinati accenti religiosi, culturali, locali, regionali, nazionali... infine: le divisioni tra vincitori e vinti.
Sì, è vero, questi beati e beate, fratelli e sorelle, sono «nostri» però con la loro predicazione, con il loro perdono, dilatano il nostro sguardo, il nostro cuore e la nostra predicazione per scoprire in tutti – specialmente coloro che consideriamo più lontani – i «nostri».
- ai figli di Israele e a tutti i prigionieri e torturati nei campi di concentramento, di detenzione o nei campi profughi di ieri e di oggi;
- ai fratelli musulmani, che vengono presentati ogni giorno come «i cattivi del film»;
- ai monaci – monache buddisti di Birmania, che lottano pacificamente per la democrazia nella loro terra;
- a quanti che, poiché pensano in modo diverso, vengono immediatamente chiamati «nemici», «sovversivi» o «terroristi» come pretesto per poterli eliminare;
- a coloro che perdono sempre, i poveri, i ministri della parola e i catechisti, uomini e donne massacrati semplicemente per avere la Bibbia in mano o a casa propria... assassinati da regimi di diverso colore, che – alcuni chiamandosi «cristiani» – hanno soltanto la chiarezza di segnalare a sinistra e a destra «questi NON sono dei nostri », perché questi devono rimanere fuori, devono essere espulsi.
Nella bellezza sinfonica della creazione e nell’altrettanto bella policromia della grazia scopriamo semi o presenze del Verbo, che prima non eravamo capaci di vedere.
Se il meccanismo della «proiezione psicologica» a volte ci fa incontrare nemici dove invece non ce ne sono (e per questo finiamo per inventarceli)... la croce di Cristo manifestata nella vita e morte di questi nostri fratelli e sorelle, come una straordinaria corrente di affetto e luce, fa scoprire le tracce di Dio – anche là dove non sembrerebbe possibile. Tracce della sua creazione in tutto ciò che è vero, buono e bello. Tracce della sua grazia in ogni aspirazione a «qualcosa di più», nei desideri più profondi degli uomini e delle donne.
La Chiesa lo ha detto volendo comprendere e abbracciare tutta l’umanità: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes n. 1).
Contempliamo il mosaico di dedicazione di questa basilica; rappresenta la Chiesa di Cristo per mezzo di due donne che sostengono, ognuna di loro, un libro con caratteri rispettivamente ebrei e greci. Rappresentano una e l’altra l’Antico e il Nuovo Testamento. Sotto i loro piedi una didascalia le identifica: Ecclesia ex circumcisione ed Ecclesia ex gentibus. La Chiesa di Cristo, in effetti, supera le antinomie del passato. Il muro che separava i giudei dai gentili è stato abbattuto.
Nello stesso modo vengono abbattuti i muri che separavano lo schiavo dal libero, l’uomo dalla donna, i «vincitori» dagli «sconfitti».
Domenico, prostrato sopra le reliquie dei martiri, bramava di identificarsi con loro, andare dai Cumani, non per conquistarli o eliminarli, ma per annunciare loro il Vangelo che dà la vita, dando a sua volta la vita per loro, come loro Maestro.
Là dove c’era guerra fratricida, carcere fratricida e morte fratricida è penetrato il perdono e con esso la luminosa esplosione della Beatitudine che scopre in tutti i poveri, afflitti e miti, affamati e misericordiosi, puri di cuore e operatori di pace; perseguitati a causa della giustizia e coloro che sono insultati e calunniati. Beati! Presenza di Cristo tra noi!
Il perdono dei nostri martiri ci fa aprire le braccia a tutte queste persone, chiamate beate da Gesù Cristo. Anch’essi sono «dei nostri»!
I nostri beati sono la causa della nostra gioia perché correggono il nostro sguardo, dilatano il nostro cuore e informano la nostra predicazione. Così, superando le divisioni che sappiamo costruire con rivendicazioni false o meschine (senza comprendere del tutto il valore delle loro vite e del loro martirio), il perdono ha costruito nuovi ponti che nessuna «vittoria» umana delle armi potrà distruggere.
In noi c’è la possibilità di attraversare questi ponti e lasciare che gli altri li attraversino. Non pretendiamo mai di renderli «ponti levatoi» al fine che altri, quelli che «non sono dei nostri», non possono passare. A volte vorremmo che fosse così, per abitare in un castello impenetrabile e sicuro.
Vorrei in questo contesto parafrasare le parole di Giovanni Paolo II nella solenne e tanto bella liturgia del giorno del Perdono, I Domenica di Quaresima del Grande Giubileo (12.03.2000) celebrata nella basilica di San Pietro... Perché questa beatificazione offre una parola anche per noi (e non solo per coloro che stanno «fuori»).
Fratelli e sorelle, in questa liturgia celebriamo la misericordia del Signore e con essa purifichiamo la memoria del cammino dei cristiani nei secoli...
Che questa festa susciti in tutta la Chiesa, nell’Ordine, in ognuno di noi, un impegno di fedeltà al messaggio perenne del Vangelo.
Mai più contraddizioni alla carità nel servizio della verità.
Mai più gesti contro la comunione della Chiesa.
Mai più offese contro qualunque popolo.
Mai più ricorrere alla logica della violenza.
Mai più discriminazioni, esclusioni, oppressioni, disprezzo dei poveri e degli ultimi.
E’ ora di concludere. Grazie alla testimonianza dei nostri fratelli e sorelle martiri, che purificano lo sguardo sul passato, il presente e il futuro, posso fare mie le parole di un poeta che è morto nello stesso contesto di spazio e di tempo come loro (anche se – solo per essere grafico – era «degli altri»). Lo sguardo, il cuore e la predicazione dei nostri martiri rendono nostre queste parole di un uomo, che al ritrarre le tre terribili «mancanze»: la guerra, il carcere, la morte... lo rendono in un certo modo «uno dei nostri». Del resto Gesù Risorto – come oggi i nostri martiri – non offre altro segno della sua Vita che le ferite della sua passione e morte.
Arrivò con tre ferite.
quella dell’amore,
quella della morte,
quella della vitaViene con tre ferite:
quella della vita,
quella dell’amore
quella della morte.Con tre ferite sto io:
quella della vita,
quella della morte,
quella dell’amore.
Il Signore con la sua grazia porti a buon fine il nostro proposito e ci porti insieme a questi martiri alla vita eterna... Amen.
* Nato a Orihuela il 30.10.1910, morì di tubercolosi nell’infermeria della prigione di Alicante il 28.03.1942.
LA FAMIGLIA DOMENICANA CELEBRA I MARTIRI DEL XX SECOLO
Scrivo queste riflessioni su richiesta del nostro fratello, Carl Trutter OP, per condividere alcune impressioni sulla mia partecipazione alla beatificazione dei 498 martiri spagnoli (tutti martirizzati nel periodo 1934-1937, durante la Guerra Civile spagnola), avvenuta lo scorso week-end a Roma. Sebbene io non abbia visto alcuno dei nostri frati della Provincia del Sud alla cerimonia, un frate di Santa Sabina mi ha detto che egli sedeva vicino al nostro fra José David Padilla. Era un mare di umanità!
Il week-end di celebrazione e riflessione è iniziato per me sabato mattina, 27 ottobre, il giorno precedente le beatificazioni, quando fra Vito Gomez, OP, il Postulatore Generale dell’Ordine (e nipote di uno dei martiri spagnoli), ha pronunciato un’omelia veramente toccante, durante la messa del mattino a Santa Sabina a Roma (alla quale era presente anche Carlos, il Maestro dell’Ordine). Nel parlare delle lunghe ore di preghiera che Domenico trascorse davanti alla tomba di san Pietro nell’inverno del 1217, fra Vito notava che fu precisamente presso la tomba di Pietro che Domenico ebbe quella profonda esperienza spirituale in cui Pietro e Paolo gli apparvero in visione. San Pietro gli diede un bastone («e non una croce», ha sottolineato fra Vito) e san Paolo gli diede un libro. Poi dissero a Domenico «Vade, praedica» («Vai e predica!»). «E subito dopo questa esperienza» egli disse «fu emessa la seconda bolla del papa, che diede all’Ordine il carattere di un Ordine universale». Poi riferendosi ai più di settanta martiri domenicani che presto sarebbero stati beatificati, fra Vito disse: «Domani, qui in questa chiesa di Santa Sabina, l’immagine di Buenaventura Garcia Paredes OP, Maestro dell’Ordine, sarà venerata pubblicamente per la prima volta. Molti di questi martiri hanno lavorato come missionari (in Cina, Filippine, Perù, America Centrale e Louisiana). Essi sono i frutti della preghiera di Domenico, perché è qui, alla tomba di Pietro, che la missione universale dell’Ordine è stata confermata dalla Chiesa».
Sembrava dunque ovvio che la beatificazione dei nostri fratelli e sorelle in san Domenico (frati, suore, laici e una monaca contemplativa) avvenisse presso la tomba di Pietro. Sotto uno splendido cielo blu e un caldo sole autunnale, il cardinal Sariva ha presieduto la cerimonia di beatificazione, insieme a centinaia di con celebranti (tutti vestivano l’abito religioso dei loro rispettivi martiri) e decine di migliaia di gente stipata in Piazza San Pietro. Donne e uomini domenicani, laici e religiosi, di molte nazioni differenti, ma specialmente della Spagna, erano presenti per la celebrazione. Anche papa Benedetto XVI è intervenuto alla fine della cerimonia, congratulandosi con la folla in diverse lingue e guidandoci nella preghiera dell’Angelus.
Prima dell’inizio della messa sono stati letti diversi estratti molto commoventi dalle lettere e dalle testimonianze di alcuni martiri. Un testimone ha raccontato di un laico che si toglieva le scarpe prima di essere condotto al luogo della sua esecuzione. Quando i suoi persecutori gli chiesero perché, rispose: «Gesù andò alla croce a piedi nudi; così voglio fare anch’io». Egli fu fucilato mentre teneva le mani stese a forma di croce, pregando che venissero perdonati coloro che lo stavano uccidendo.
La sera prima della beatificazione, alla basilica di San Paolo Fuori le Mura, fu letto un poema scritto da un laico domenicano, Antero Mateo García, per la sua figlia carmelitana nel giorno della sua professione. Sia Antero, un ferroviere, sia sua moglie facevano parte della fraternita domenicana di Barcellona. In diverse occasioni Antero aveva servito come «camillero,» aiutando a portare gli infermi in barella in pellegrinaggio a Lourdes. Il 6 agosto 1936, mentre attendeva l’arrivo di sua moglie e di sua figlia carmelitana alla stazione dei treni, Antero fu arrestato. Nella notte dell’8 agosto, sotto il «Ponte del Drago» a Barcellona, egli fu ucciso. Aveva 61 anni.
In testa alla lista dei martiri domenicani c’è il Maestro dell’Ordine Buenaventura Garcia Paredes OP. Come priore provinciale, con residenza a Manila nelle Filippine, egli intensificò l’impegno missionario in Cina e in Vietnam e acquistò il terreno su cui ora sorge l’università di San Tommaso in Manila. Nel 1911 collaborò a stabilire la presenza dei domenicani spagnoli nella regione di Tangipahoa in Louisiana, USA. Nel 1926 fu eletto Maestro dell’Ordine e pochi anni dopo si ritirò a Ocaña, Spagna. Il 12 agosto 1936, all’età di 70 anni, fu martirizzato a Madrid. Vicino al suo corpo trovarono il suo rosario e il suo breviario.
Un altro dei martiri domenicani era un giovane messicano di nome Reginaldo Herdández Ramírez. Costretto a scappare dal seminario diocesano di Guadalajara, fu mandato in Spagna, dove entrò nell’Ordine nelle Asturie. Conosciuto per le sue capacità nel parlare e nello scrivere, così come nell’arte e nella pittura, fu mandato a Madrid per studiare legge, subito dopo la sua ordinazione, nel 1933. Quando la persecuzione repubblicana della Chiesa iniziò a diffondersi, egli cercò salvezza presso l’ambasciata messicana, ma fu respinto perché era un sacerdote. Arrestato il 13 agosto 1936, egli si consegnò immediatamente a coloro che volevano catturarlo: «Io sono il religioso messicano che state cercando». Egli fu ucciso in quello stesso giorno. Aveva 27 anni.
Nella lista dei 498 «Martiri spagnoli del XX secolo», troviamo anche il nome della prima monaca contemplativa spagnola a essere beatificata. E’ anche la prima monaca domenicana che ha dato la sua vita come martire. Suor Josefina Sauleda Paulis OP di Barcellona entrò in monastero nel 1905, dove prestò servizio come infermiera, cantora, economa, priora e maestra delle novizie. Il 19 luglio 1936 lei e le sue sorelle furono costrette a scappare dal monastero e a cercare rifugio in casa di diverse famiglie. Fu arrestata il 31 agosto e interrogata per dodici ore. Nonostante le innumerevoli minacce, ella rifiutò di rivelare i nascondigli del cappellano e delle altre suore. Infine fu condotta fuori verso un’automobile che l’attendeva, ma prima di essere introdotta nell’automobile disse: «Se state per uccidermi, perché non potete farlo qui?». Il suo corpo fu trovato il giorno dopo presso il locale ippodromo. Aveva 51 anni.
C’è una nota finale che vorrei aggiungere a questa riflessione. Due giorni prima che i martiri spagnoli fossero beatificati a Roma, un altro martire europeo fu beatificato in Austria: Franz Jagerstatter. Il nostro confratello Art Kirwin OP (Provincia di San Martino de Porres) seguiva la beatificazione di quest’uomo, marito e padre di tre figli, che fu decapitato il 9 agosto 1943 per aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. Il cappellano che lo visitò prima che fosse ucciso affermò: «Posso dire con certezza che questo uomo semplice è l’unico santo che io abbia mai incontrato nella mia vita».
Penso sia importante ricordare questa seconda beatificazione perché ci ricorda che il martirio è un cammino di fedeltà a Cristo e non il risultato di un parteggiare con questa o quella ideologia. Mente ci sono dei martiri spagnoli che sono stati uccisi dagli estremisti comunisti, così ci sono anche dei martiri che furono vittime del fascismo di Franco e di Mussolini e del nazismo di Hitler in Europa. La fedeltà a Cristo non conosce confini. Quale splendida testimonianza sapere che la nostra famiglia domenicana era presente a entrambe le beatificazioni! Io prego che i martiri del XX secolo mostrino a tutti noi la via del discepolato fedele nel nostro vivere il vangelo di Cristo.
Siena, Italia.
NUOVO SOCIO PER LE PROVINCE DI ITALIA E MALTA
Il 15 ottobre 2007 Fra Carlos A. Azpiroz Costa op, Maestro dell’Ordine, ha nominato Fra Bernardino Prella op, Socio del Maestro per le Province di Italia e di Malta.
Fra Bernardino è figlio della Provincia di San Domenico in Italia. Nato a Vercelli il 13 agosto 1945, ha fatto la sua prima professione nell’Ordine dei Predicatori il 26 settembre 1962 ed è stato ordinato sacerdote il 5 settembre 1971. Al momento della sua nomina era assegnato al convento di San Domenico in Bologna.
CHI SONO E DA DOVE VENGONO (AP 7,13)
Dopo un lento procedere di ognuno dei Processi martiriali, sono arrivati al traguardo al quale tendevano, il riconoscimento ufficiale della Chiesa di Dio. Coloro che un giorno caddero al bordo della strada, coloro che chiamiamo martiri, lo furono e lo sono, e così lo ha dichiarato l’autorità suprema della Chiesa di Dio, il giorno 28 ottobre.
Il libro dell’Apocalisse, dopo aver parlato della moltitudine degli eletti, li contempla davanti al trono di Dio e alla domanda di uno degli anziani: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?» (v. 13), si sente la risposta: «Sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (v. 14).
Questa domanda, che il Veggente di Patmos formulava in un tempo di grandi tribolazioni, si è ripetuta profeticamente nel passare del tempo, in molteplici occasioni, ha sentito la stessa risposta. Essa riceve piena attualità e realismo in occasione di questi 498 martiri del secolo XX in Spagna, che furono beatificati il 28 ottobre scorso.
Sono religiosi di vita attiva e contemplativa, persone mature però in gran numero giovani, provenienti da ogni angolo della Spagna. Tutti loro, giunti alla grande tribolazione alla quale sottoposero la loro vita e la loro fede e amore al Signore e ai fratelli. Hanno lavato le loro vesti candide col sangue dell’Agnello (v. 14). E dopo aver contemplato tutta questa moltitudine, però distinti gli uni dagli altri, tutti resi fratelli in un’unica causa, in un’unica testimonianza: la fede in Dio e nel suo Cristo, uno rimane meravigliato e perciò si chiede:
Signore! Come è possibile? Da dove presero forza? E la parola di Dio ci precede e ci dice: Non siete voi a parlare, ma è lo spirito di Dio che parlerà per mezzo vostro. E questo spirito di fortezza ha parlato per loro, e ha affrontato il momento critico della tribolazione fino all’ultimo istante, decisamente, senza titubanze, senza dubbi, in modo tagliente. Non vi è altra spiegazione.
Considerarono in quei momenti critici che non sono comparabili le sofferenze di questa vita con la futura gloria che si rivelerà in noi. Ricordarono che nella vita e nella morte siamo del Signore e alla sua sequela offrirono la loro vita. La morte dei martiri è un atto di amore poiché non vi è amore più grande di chi dà la vita per coloro che egli ama, un atto di amore che perdona e questo è ciò che fecero non odiando, ma amando e perdonando. Per questo il ricordo dei martiri è sempre un momento di grazia e una chiamata alla necessità che abbiamo di procedere per le strade della riconciliazione.
Sono nostri fratelli. Sono usciti dai nostri chiostri che noi percorriamo con rispetto e gioia.
Celebrare oggi i martiri è un kairós, di cui bisogna approfittare per orientare le vele della nostra navicella nella direzione del vento dello Spirito. E’ un momento per ravvivare le braci del primo amore, rinverdire la speranza di un modo diverso, più infiammante, più entuasiasta, capace di riempire di gioia la vita personale ed ecclesiale, capace di contagiare coloro che passano accanto a noi o ci contemplano dai gradini dello stadio o ci vedono dalle vetrine di scelte anche indecise.
Sono nostri fratelli che attratti dall’ideale di san Domenico, hanno vestito il nostro abito, abbracciarono con fedeltà le esigenze del Vangelo, corsero dietro a Cristo e con Lui fino alla morte e alla resurrezione. Che verità tanto sensibilmente ricevuta, contemplata e vissuta!
Furono dei nostri come cristiani, furono dei nostri come domenicani. Furono esempi vivi e attraenti. Furono ammirevoli, di diverse età, persone mature e giovani di 19, 20 e 23 anni rispettivamente, pieni di fede e infiammati nell’amore e passione per Gesù Cristo e per l’Ordine. Davanti all’opportunità di liberare le loro vite dalla morte, scelsero definitivamente per la vita risorta di Gesù di Nazaret. Una grazia meravigliosa, quella del martirio, in piena giovinezza, aprendo strade di luce chiara e forte, di speranza feconda, di amore generoso, per coloro che verranno dopo, per noi oggi.
MESSA DI RINGRAZIAMENTO PER LA BEATIFICAZIONE
OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE - 29.10.2007
Cari fratelli nell’episcopato, cari sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici!
La beatificazione di 498 martiri di Spagna, che abbiamo celebrato ieri, ci ha dato modo di constatare, una volta di più, come non si sia interrotta la schiera dei cristiani, che dagli inizi della predicazione apostolica sono stati attratti dall’esempio di Gesù e sostenuti dal suo amore. Siamo ora riuniti per elevare una fervida azione di grazie al Signore per quest’evento ecclesiale. Vogliamo affidarci all’intercessione di questi nostri fratelli, la cui esistenza è diventata per noi e per il popolo di Dio pellegrinante in Spagna e in altri paesi un potente faro di luce, un pressante invito a vivere il vangelo in modo radicale e con semplicità, offrendo una pubblica e coraggiosa testimonianza della fede che professiamo.
Certo, ogni martirio ha luogo in circostanze storiche tragiche che, assumendo talvolta la forma di persecuzione, conducono a una morte violenta a causa della fede. Tuttavia, pur in mezzo a simile dramma, il martire sa trascendere il momento storico concreto e contemplare i suoi simili con il cuore di Dio. Grazie a questa luce che gli viene dall’Alto, e in virtù del sangue dell’Agnello (cfr Ap 12, 11), il martire antepone la confessione della fede alla sua propria vita, diminuendo la potenza dell’aggressione con la preghiera e con l’immolazione eroica di se stesso. Amando i suoi nemici e pregando per coloro che lo perseguitano (cfr Mt 5, 44), il martire rende visibile il mistero della fede che ha ricevuto, e diventa un grande segno di speranza, annunciando, con la propria testimonianza, la redenzione per tutti. Unendo il suo sangue al sangue di Cristo sacrificato sulla croce, l’immolazione del martire si trasforma in offerta dinanzi al trono di Dio, implorando clemenza e misericordia per i persecutori. Come insegna il Papa Giovanni Paolo II, «i martiri hanno saputo vivere il vangelo in situazioni di ostilità e di persecuzione... sino alla suprema testimonianza del sangue… Essi mostrano la vitalità della Chiesa... Ma ancor più radicalmente, dimostrano che il martirio è l’incarnazione suprema del Vangelo della speranza» (Ecclesia in Europa, 13).
In tal modo, il martirio è un segno eloquente di come la vitalità della Chiesa non dipende solo da progetti o umani calcoli, ma scaturisce dalla totale adesione a Cristo e al suo messaggio di salvezza. Erano ben consapevoli di questo i martiri, che trassero forza non in una bramosia di personale protagonismo, bensì nell’amore senza riserve verso Gesù Cristo, anche a costo della vita.
Per comprendere ancor più il vero senso cristiano del martirio dobbiamo, quindi, lasciar che a parlare siano gli stessi martiri. Essi, con il loro esempio, ci hanno lasciato un testamento che talvolta non osiamo aprire. Tuttavia, se prestiamo loro attenzione, le loro esistenze sicuramente ci parleranno di fede, di fortezza, di coraggio generoso e di ardente carità, a fronte di una cultura che talora cerca di emarginare o disprezzare i valori morali e umani che il vangelo ci insegna.
Tutti sanno che il secolo XX ha dato alla Chiesa in Spagna grandi frutti di vita cristiana: la nascita di congregazioni e istituti religiosi dediti all’insegnamento, all’assistenza negli ospedali e dei poveri più poveri, come pure dediti ad altre molteplici opere culturali e sociali. Emergono anche grandi esempi di santità, ed un elevato numero di martiri vescovi, sacerdoti, seminaristi, religiosi, religiose e fedeli laici.
Questi martiri non sono stati proposti alla venerazione del popolo di Dio per le loro implicazioni politiche, né per lottare contro chicchessia, ma per offrire le loro esistenze come testimonianza di amore a Cristo e con la piena consapevolezza di sentirsi membra della Chiesa. Per questo, nel momento della morte, tutti concordavano nel rivolgersi a coloro che stavano uccidendoli con parole di perdono e di misericordia. Così, tra tanti simili esempi è senz’altro commovente ascoltare le parole che uno dei religiosi francescani della comunità di Consuegra indirizzava ai suoi fratelli: «Fratelli, elevate gli occhi al cielo e pregate l’ultimo Padre Nostro, poiché tra pochi momenti staremo nel Regno dei cieli. E perdonate a chi sta per uccidervi».
Ecco perché questi nuovi beati hanno arricchito la Chiesa che è in Spagna con il loro sacrificio, e sono oggi per noi testimonianza di fede, di speranza salda contro ogni paura e di un amore sino all’estremo (cfr Gv 13, 1). La loro morte costituisce per tutti un importante stimolo che ci spinge a superare divisioni, a ridar vita al nostro impegno ecclesiale e sociale, cercando sempre il bene comune, la concordia e la pace.
Questi, cari nostri fratelli e sorelle, tra i quali c’erano anche due francesi, due messicani e un cubano, proprio per il loro amore alla vita consegnarono la loro a Cristo. Vissero un’esistenza esemplare, totalmente
dediti alle loro molteplici forme di apostolato, convinti dell’opzione religiosa che avevano fatto o del compimento dei loro doveri familiari. Questi testimoni umili e decisi del vangelo sono fari che orientano il nostro pellegrinaggio terreno. Venerando quest’oggi tutti coloro che, come insegna il libro dell’Apocalisse «vengono dalla grande tribolazione» (ib. 7, 14), supplichiamo il Signore che ci conceda la loro stessa fede intrepida, la loro ferma speranza e la loro profonda carità.
Cari fratelli e sorelle, ci incontriamo qui a Roma, dove agli inizi della Chiesa un’infinità di martiri hanno confessato la loro fede in Cristo sino allo spargimento del sangue. Sia i cristiani della prima ora, come quelli che ieri sono stati beatificati, non debbono suscitare in noi soltanto un mero sentimento di ammirazione. Non sono infatti semplici eroi o personaggi di un’epoca lontana. La loro parola e i loro gesti ci parlano e ci spingono a configurare noi stessi sempre più pienamente a Cristo, trovando in Lui la sorgente dalla quale scaturisce l’autentica comunione ecclesiale, perché possiamo offrire nell’odierna società una coerente testimonianza del nostro amore e del nostro impegno per Dio e per i fratelli.
Essi, i martiri, ci aiutano con il loro esempio e la loro intercessione a non lasciarci vincere, nel momento presente, dallo scoraggiamento e dalla confusione e ad evitare l’inerzia e lo sterile lamento. Questo nostro tempo infatti, come il loro, è un tempo di grazia, un’occasione propizia per condividere con gli altri la gioia di essere discepoli di Cristo.
Con la loro esistenza e la testimonianza della loro morte ci insegnano che l’autentica felicità si trova nell’ascolto del Signore e nel porre in pratica la sua parola (cfr Lc 11, 28). Per questo, il servizio più prezioso che possiamo rendere oggi ai nostri fratelli è aiutarli ad incontrare Cristo che è «la Via, la Verità e la Vita» (cfr Gv 14, 16), l’Unico che possa soddisfare le più nobili aspirazioni dell’uomo.
Voglia Iddio che questa beatificazione susciti in Spagna una vigorosa chiamata a ravvivare la fede e a intensificare la comunione ecclesiale, chiedendo al Signore che il sangue di questi martiri sia seme fecondo di numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; sia al tempo stesso un costante invito alle famiglie, fondate sul sacramento del matrimonio, ad essere per i figli esempio e scuola del vero amore e «santuario» del grande dono della vita.
Infine, chiediamo anche al Signore che l’esempio di santità dei nuovi martiri ottenga per la Chiesa che è in Spagna e nelle altre nazioni, dalle quali alcuni di essi provengono, molti frutti di autentica vita cristiana: un amore che vinca la tiepidezza, un entusiasmo che stimoli la speranza, un rispetto che dia accoglienza alla verità e una generosità che apra il cuore alle necessità dei più poveri del mondo.
La Vergine Maria, Regina dei Martiri, ci ottenga dal suo divin Figlio questa grazia che ora con piena fiducia poniamo nelle sue mani di Madre. Amen!
I MARTIRI COLLEGANO LA LOUISIANA CON LA SPAGNA
USA – Il 28 ottobre 2007, sei frati domenicani strettamente legati alla Louisiana sono stati beatificati a Roma, secondo la comunicazione di fra Vito T. Gómez García, il postulatore domenicano per le Cause dei Santi. Sabato 27 ottobre fra Vito Gómez ha pronunciato l’omelia alla messa del mattino a Santa Sabina in Roma (alla presenza di fra Carlos Azpiroz, il Maestro dell’Ordine). Quella sera presso la basilica di San Paolo Fuori le Mura, durante la cerimonia di accoglienza è stata letta una poesia scritta da un laico domenicano, Antero Mateo García; questo laico domenicano fu ucciso l’8 agosto 1936 a Barcellona e beatificato il 28 ottobre 2007.
Il cardinal José Saraiva Martins, C.M.F., Prefetto della Congregazione dei Santi, ha presieduto la cerimonia di beatificazione dei martiri spagnoli in piazza san Pietro il 28 ottobre. Papa Benedetto XVI è intervenuto al termine della cerimonia, congratulandosi con la folla in diverse lingue. E il lunedì seguente, è stata celebrata una messa di ringraziamento nella basilica di San Pietro, presieduta dal cardinal Tarcisio Bertone.
Questi sei sacerdoti, con numerosi altri domenicani (due laici, una monaca, nove suore, dieci fratelli cooperatori e 46 sacerdoti) e molti altri cattolici, furono martirizzati 71 anni fa (nel 1936) durante la persecuzione dei cattolici al tempo della Guerra Civile Spagnola (che contrappose i repubblicani di sinistra e i nazionalisti di Franco).
Questi uomini domenicani ebbero significativi legami con la Rosaryville House of Theology vicino a Ponchatoula, Louisiana. Questo seminario teologico di Rosaryville fu fondato nel 1911 nello stesso luogo in cui i monaci benedettini avevano eretto l’Abbazia di san Giuseppe. Il seminario domenicano funzionò fino a quando vennero a trasferirsi qui le suore domenicane di St. Mary nel 1938. In seguito divenne il Centro di Vita Spirituale Rosaryville. 16 dei domenicani spagnoli che studiarono, insegnarono o prestarono servizio a Rosaryville, e morirono tra il 1908 e il 1936, sono sepolti qui, nel cimitero dei frati.
I domenicani erano membri della Provincia del Santo Rosario, una delle quattro province spagnole dei frati – quella dedicata alle missioni estere, specialmente nelle Filippine. A causa della loro necessità di studiare l’inglese e di evitare la guerra civile nella loro Spagna nativa, fra Tomás Morente Ibáñez di New Orleans fece in modo che per 27 anni essi avessero la possibilità di venire presso la parrocchia rurale di Tangipahoa. Molti di loro, di ritorno in Spagna, furono martirizzati – 10 a Oviedo, 14 a Santander e 38 a Madrid.
Il 78° maestro generale dei frati Domenicani (dal 1926 al 1929, con residenza a Manila), fra Buenaventura García Paredes, fu l’artefice dell’apertura di questo seminario di teologia in Louisiana, nel 1911. Al tempo stesso la sua Provincia del Santo Rosario assunse il servizio pastorale di tutte le parrocchie cattoliche di Tangipahoa (dove i frati domenicani già si prendevano cura di Ponchatoula, Tickfaw e Hammond). Fra García Paredes, all’età di 70 anni, fu tra gli spagnoli martirizzati il 12 agosto 1936 a Madrid.
Fra Jesús Villaverde Andrés fu priore a Rosaryville dal 1921 al 1924. Dopo aver lasciato la Spagna, si trasferì nelle Filippine per insegnare; poi servì per il suddetto periodo come superiore in Louisiana. Da qui egli tornò a Manila per diventare decano presso l’Università San Tommaso e poi rettore di San Juan de Letrán. Dopo il suo ministero missionario e accademico nelle Filippine, ritornò nella nativa Spagna. Nella notte del 15 ottobre 1936 fu arrestato e il giorno dopo venne martirizzato.
Quattro altri sacerdoti domenicani, che versarono il loro sangue nel 1936, hanno vissuto per un certo periodo a Rosaryville.
Leoncio Arce Urrutía, dopo la sua professione solenne nel 1917 ad Avila, nel periodo 1920-1922 studiò teologia a Rosaryville. Nel 1923, l’arcivescovo John W. Shaw di New Orleans ordinò diacono Fray Leoncio e il 10 giugno 1924, l’arcivescovo Shaw lo ha ordinato sacerdote. Dopo questo periodo in Louisiana, Fra Arce ritornò in Spagna (Valladolid, Avila e Madrid); fu arrestato nel luglio del 1936 e fu martirizzato a Porlier in Spagna il 10 settembre 1936.
Antonio Varona Ortega, dopo aver emesso la professione solenne il 18 gennaio 1922, andò a Rosaryville. Continuò i suoi studi teologici nel periodo 1922-1924 a Washington DC, e ottenne il Master of Arts in educazione all’Università Cattolica di America. Tornò a Rosaryville e fu ordinato suddiacono nel 1924 e sacerdote il 13 giugno del 1926 dall’arcivescovo Shaw. Poco dopo fu inviato nelle Filippine, ma mentre svolgeva qui il compito di insegnante si ammalò di tubercolosi e nel 1933 ritornò ad Avila in Spagna. Fra Varona divenne martire a Algodor, Spagna, il 25 luglio 1936.
José María López Carrillo venne da Avila a Rosaryville nel 1915 e qui fece la sua professione solenne. Fu ordinato diacono a Rosaryville dal vescovo ausiliario Jean M. Laval nel 1918 e divenne sacerdote il 15 gennaio del 1919. Dal 1919 al 1935 visse in oriente – prima a Manila e poi alla missione di Fokién in Cina. A causa di una grave malattia egli ritornò in Spagna; diventò un martire il 27 agosto del 1935, a Madrid.
Pedro Ibáñez Alonso dopo aver studiato teologia ad Avila, dal 1914 passò a Rosaryville ed emise la sua professione solenne; nel 1916 si trasferì a Manila per continuare ulteriormente i suoi studi e fu ordinato sacerdote il 1 aprile 1917. Dopo aver prestato servizio in Cina e nelle Filippine, ritornò a casa in Spagna, dove fu ucciso per aver difeso la sua fede cattolica, a Madrid lo stesso giorno di fra López.
Un settimo martire domenicano, sebbene non collegato con la Louisiana, ha vissuto a Cuero, Texas (circa 21 miglia a nordovest da Victoria). Fra Vicente Rodríguez Fernández lasciò Salamanca in Spagna per recarsi a Chihuahua e a Tampico in Messico. Qui egli trovò la persecuzione religiosa del presidente Plutarco Elías Calles e fu espulso dal Messico. Egli fuggì presso la chiesa della Madonna di Guadalupe in Cuero, dove altri frati spagnoli esiliati si prendevano cura della popolazione nelle contee di Dewitt e di Lavaca. Più tardi tornò in Spagna, e dopo essere sopravvissuto alla persecuzione messicana, fu martirizzato a Madrid il 7 novembre 1936.
In questo momento della loro beatificazione del 2007, questi frati martiri, insieme con molte centinaia di altri martirizzati: laici donne e uomini, religiosi, sacerdoti e vescovi in Spagna, ci offrono negli Stati Uniti un esempio di fortezza nel servire Gesù Cristo. Il giorno previsto per festeggiare questi martiri è il 6 novembre.
B. BONAVENTURA GARCÍA PAREDES
78° SUCCESSORE DI SAN DOMENICO
Il 9 giugno del 1928, dopo aver superato non poche difficoltà, si ottenne dal governo italiano il ripossesso «pleno iure» del monastero dei Santi Domenico e Sisto di Roma. Si desiderava trasferire là il Collegio Angelicum, che il Maestro dell’Ordine, il beato Giacinto Maria Cormier, aveva fondato in via San Vitale. Il P. Paredes aveva lavorato per raggiungere questo obiettivo da circa due anni. Lui e altri confratelli consideravano questo luogo ideale, collocato tra le colline dell’Esquilino e il Quirinale, in pieno centro di Roma antica. Dal 1873, in forza delle leggi di soppressione, il governo aveva espropriato alle monache, che vivevano lì dal 1575, più di tre quarti dell’antico monastero costruito da San Pio V. Nel 1927 il governo italiano mise in vendita la parte che occupava l’amministrazione dei Beni del Culto e l’Ordine decise comprarla, sopratutto perchè l’Angelicum di via San Vitale risultava sempre più piccolo. Il nuovo acquisto si estendeva su 17.000 metri quadrati [1]. Già l’Eucarestia di inaugurazione dell’corso 1928-1929 si celebrò nella chiesa dei Santi Domenico e Sisto e fece la lezione solenne fra Reginald Garrigou-Lagrange. In questo corso gli alunni giunsero a 490, dei quali 77 erano dell’Ordine.
In occasione dell’acquisto del monastero dei Santi Domenico e Sisto il Papa Pio XI, l’11 giugno 1928, inviò una lettera al Maestro, congratulandosi perché così l’Ordine disponeva di un edificio adeguato per promuovere l’apostolato dottrinale; il luogo – considerava il Papa - era molto appropriato, come tutti riconoscevano. Disponeva, in più, di un orto che permetteva di realizzare ulteriori edifici. Era sicuro che l’acquisto sarebbe risultato di gran profitto, non solo per la famiglia domenicana, ma anche per la Chiesa, benché, riconosceva Pio XI, lo sforzo economico per l’acquisto era molto rilevante e occorreva ancora investire per adattare i locali al nuovo fine al quale era destinato. Per questo desiderava che il Maestro ricevesse l’appoggio di tutto l’Ordine.
Nel 1928 fra Marie-Vincent Bernadot, della Provincia di Francia, fondò la rivista La Vie Intellectuelle. Dal 1 gennaio 1929 si cominciò a pubblicare in Zagabria, nella Provincia della Dalmazia, una nuova rivista intitolata Duhovni Zivot (Vita Spirituale) diretta da fra Giacinto Boskovic.
Il 20 giugno del 1928 diresse una lettera a tutto l’Ordine nella quale dichiarava San Ludovico Bertrán patrono speciale dei noviziati. L’iniziativa era del Capitolo Generale del 1926, però il Maestro confessava che nulla gli era più grato e felice per lui di quello di eseguire le decisioni prese dai fratelli. San Ludovico —scriveva— aveva formato per molto tempo e in maniera molto solida i giovani religiosi che gli affidarono. Precedeva i suoi discepoli dando esempio di prudenza, rettitudine e salutare disciplina, vero figlio di San Domenico predicò il vangelo in molte zone della Colombia e riuscì a portare tantissimi alla Chiesa di Cristo [2]. Giorni prima, il 13 giugno 1928, diede una nuova prova della sua devozione a Santa Caterina assistendo al congresso del Collegio dei Caterinati, per illustrare sopratutto l’idea di un congresso internazionale da celebrarsi in Roma nel 1930. Il 7 giugno nominò fra Dominique Chenu segretario dello Studio generale di Le Saulchoir.
Il 30 marzo del 1929 il Cardinal Pietro Gasparri gli comunicò, in nome del Santo Padre Pio XI, l’accettazione della rinuncia che aveva presentato. Il Papa – si leggeva nella lettera del Cardinale – aveva accettato le dimissioni con difficoltà e dispiacere (œgre). Ma nell’accettarle avevano pesato soprattutto i motivi di salute. Si riconoscevano i suoi meriti e si lodava tutto il lavoro svolto per circa tre anni come Maestro dell’Ordine [3]. Pochi giorni più tardi, il Prefetto della Congregazione dei Religiosi, nominò Vicario Generale, fino al prossimo capitolo generale, fra Juan Casas, Socio del Maestro, nato in Catalogna e figlio della Provincia di Andalusia.
Il 27 marzo, presentata già la rinuncia, anche se non ancora accettata, si recò al santuario di Madonna dell’Arco, vicino Napoli, per un poco di riposo. Resa pubblica la rinuncia tornò a Roma il 10 aprile per fare le consegne al Vicario generale. Lasciò la sua sede nel collegio Angelicum il 30 aprile e passò al convento romano della Santissima Trinità (via dei Condotti) della sua Provincia. Pochi giorni dopo ritornò in Spagna. Il cronista della rivista Analecta O.P., concluse la sua cronaca con queste parole: Tanto quanto fu eletto come al ritirarsi dell’incarico offrì ai fratelli presenti e futuri un chiaro esempio di semplicità e umiltà di cui nessuno potrà dimenticarsi [4].
Dopo un breve periodo a Madrid, nel principio di giugno del 1929 si recò al convento di Ocaña, dove, in conformità con le costituzioni elesse il suo domicilio. Il motivo di salute dato per le sue dimissioni fu l’unico che venne citato in maniera esplicita nei documenti ufficiali, benché la menzionata lettera citata del Cardinal Segretario di Stato Pietro Gasparri lasciava intuire che c’erano anche altre ragioni. Dalla Francia arrivarono alcune informazioni alla Santa Sede secondo le quali certi frati erano coinvolti nel movimento di Action Française, movimento nazionalista di natura monarchica, che Pio XI aveva condannato già dal dicembre del 1926 [5]. Difronte al desiderio della Santa Sede che il Maestro rimuovesse dai suoi conventi i frati accusati di appoggiare il menzionato movimento, questi dilatò di alcuni mesi il suo intervento fino a quando avesse verificato personalmente la veracità delle informazioni, cosa questa che diede fastidio al Papa.
E’ evidente che è necessaria una biografia documentata del nuovo beato con l’utilizzazione dei fondi Vaticani e dell’Ordine, che oggi sono accessibili agli studiosi. E’ noto che la documentazione corrispondente al pontificato di Pio XI è già disponibile per la consultazione nell’Archivio Segreto Vaticano. Più facilmente si può consultare le rispettive sezioni dell’Archivum Fratrum Prædicatorum, nel convento di Santa Sabina in Roma.
In una cronaca che pubblicò la rivista Rosas y Espinas, fondata in Valencia dal beato Luis Urbano, si sa che viaggiò per Parigi nel mese di settembre 1926. Pertanto è sicuro che stette in Francia. Vi si recò dalla Spagna e, prima di attraversare la frontiera, fece una deviazione per recarsi a Vic (Barcellona) dove presiedette la vestizione di trenta postulanti della Congregazione delle domenicane dell’Annunziata. In questa cerimonia parlò del Regno di Cristo nella terra e incoraggiò a meritarlo con fermezza e coraggio mediante l’esercizio delle virtù religiose. In nome della congregazione gli diede il benvenuto la priora generale Madre Mercedes Miralpeix. Ricevette anche il saluto del vescovo di Vic Dr. Muñoz, del terziario domenicano Jaume Collell e del professore del Seminario Ramón Puig y Coll, pronipote del beato Francisco Coll, martirizzato nel 1936 [6].
Dopo sei mesi che fu esonerato dal suo ufficio, il 31 dicembre 1929, scrisse da Ocaña a la religiosa domenicana Suor Pilar di Gesù: Ho preferito venire a questo convento dove feci il mio noviziato e che in più è un vero santuario della Provincia, poiché si formarono i nostri martiri del Tonquino. Ora hanno trasferito qui una delle tappe dei nostri studi e la vita regolare si osserva con più cura. Non cesso di ringraziare Dio per il bene che mi ha concesso e per la pace soavissima dello spirito che mi ha dato e mi dà da gustare.
Fu eletto per succedergli, il 21 settembre del 1929, fra Martin S. Gillet (1875-1951), che resse l’Ordine durante diciasette anni fino al 1946. In questo capitolo elettivo, celebrato all’Angelicum, c’era fra Bonaventura Paredes che per primo offrì la sua obbedienza al nuovo eletto. Furono anche capitolari fra Tito M. Horten, oggi venerabile, il già citato beato Luis Urbano e il servo di Dio José Garrido Francés, martire della comunità dello Studio Generale di Almagro della Provincia di Andalusia. L’ex Maestro prese parte anche ai capitoli di Le Saulchoir (1932), e Roma (1935).
Svolse anche attività apostolica come, per esempio, nel luglio del 1930, dettò gli esercizi spirituali alle suore domenicane dell’Annunziata di Oviedo, tra i cui membri si trovava Dominga Benito Rivas, oggi serva di Dio, che trascrisse l’evento nella cronaca della comunità.
Ritornato, come si è detto, nel convento di San Domenico di Ocaña, a metà luglio del 1936 si trovava a Madrid nel convento del Santissimo Rosario. Questo convento, divenuto priorale nel 1935, fu assalito domenica 19 luglio del 1936. Nella comunità si trovavano 15 religiosi, alcuni perché assegnati e gli altri di passaggio, dei quali 11 saranno beatificati il 28 ottobre del 2007. Il beato Bonaventura era uscito dal convento la vigilia dell’assalto, invitato da D. Pedro Errazquin, che offrì rifugio anche a altri frati. Un mese prima aveva scritto a questa famiglia Errazquin – Garmendía, con la quale aveva cominciato ad avere relazione nel 1915 nelle Filippine: Io già non posso oppormi alla triste realtà che soffriamo. Solamente sperando nella misericordia di Dio possiamo intravedere qualche speranza [7]. Questa famiglia si offrì per procurargli un passaporto e un biglietto di viaggio per le Filippine, però lui, vecchio e malato, aveva grande difficoltà a intraprendere il viaggio e confidava che lo avrebbe fatto solo se glielo avrebbero permesso i suoi superiori di Roma. Infatti scrisse a Roma e ottenne il permesso per il viaggio. L’amico Pedro Errazquin sollecitò il passaporto che gli fu negato per essere religioso.
Mentre era rifugiato in casa di D. Pedro Errazquin andava a celebrare l’Eucarestia in una cappella, ma era controllato dalla polizia e gli trovarono alloggio, verso la fine di luglio, all’Hotel del Carmine nella piazza di Santa Bárbara. Alla fine anche questo vero nobile laico cattolico, D. Pedro, subirà la morte nella Pradera di San Isidro di Madrid perché in una perquisizione nella sua casa trovarono il calice del beato Bonaventura. Convinto quest’ultimo della stretta sorveglianza che esercitava la polizia su di lui, si rifugiò in una pensione chiamata dell’Infante Don Juan nella via dei Recoletti. Qui amministrò il sacramento della confessione a alcune persone residenti. Nell’abitazione che gli assegnarono conduceva una vita raccolta e di preghiera, recitava il breviario e celebrava pure l’Eucarestia. Un testimone ha deposto: Il P. Bonaventura stava davanti un tavolino con un piccolo pane e un bicchiere e io credo che celebrasse la Santa Messa [8].
Fu arrestato l’11 agosto da gente armata. Si era identificato come religioso e sacerdote e disse coraggiosamente: Non ho commesso nessun delitto se non quello di essere sacerdote e religioso; la Divina Provvidenza così vuole, così alcuni testimoni assicurano che dichiarò. Lo condussero a un luogo di tortura denominato checa, che si trovava in una via di Madrid chiamata García de Paredes. Il giorno seguente, 12 agosto 1936, lo condussero al paese di Fuencarral dove verso le 10 lo fucilarono nella zona denominata Valdesenderín del Encinar, tra Fuencarral e Alcobendas. Conservò fino all’ultimo il rosario e il breviario. Lo seppellirono nel cimitero di Fuencarral, luogo in cui l’Ordine ebbe un convento per secoli e la cui chiesa era dedicata a «Nuestra Señora de Valverde».
I resti furono esumati il 24 ottobre 1940 e traslati nella cripta della chiesa del Santissimo Rosario di Madrid. Nel 1967 furono nuovamente traslati nella cappella-panteon del convento di San Tommaso d’Aquino in Ávila dove si trovano tuttora.
Il Maestro dell’Ordine fra Martin S. Gillet scrisse una lettera dedicata ai martiri della persecuzione religiosa in Spagna e in essa trattò ampiamente e elogiò il suo predecessore. Stimava che la sua vita poteva riassumersi in una perpetua unione sopranaturale con Dio per la squisita umiltà e pratica della mitezza con semplicità e magnanimità, virtù che in lui erano come connaturali e così si preparò per il martirio. Si augurava che nel futuro la Chiesa lo dichiarasse martire. Elencava, infine, il nome di altri fratelli delle Province di Spagna, Aragona, Andalusia e Santo Rosario che donarono, allo stesso modo, testimonianza della propria fede con l’effusione del proprio sangue. Erano in tutto 136 [9].
Tutti i testimoni processuali che conobbero il nuovo beato Bonaventura García Paredes risaltano unanimemente le sue virtù. Era un uomo con una fede radicata e profonda che manifestava il suo raccoglimento e l’unione con Dio. Aveva per tutti sentimenti umani e buoni, sempre disposto a perdonare. Si notava la sua vicinanza al mondo operaio e alle persone umili, semplici e povere. Prudentissimo e saggio, paziente, giusto con tutti. Costante nel compimento del proprio dovere, compassionevole e fermo nelle decisioni. Moderato nel mangiare, nel bere e in tutti i suoi modi, edificante per la sua profonda umiltà.
Il famoso storico fra Vicente Beltrán de Heredia disse: Sento devozione, soprattutto per il P. Paredes del quale conservo un ricordo molto grato per il fatto che quando fu eletto Generale anche con il mio voto, vidi fin dove giungeva la sua umiltà tanto da non accettare l’incarico. Non dimentico quei dieci minuti di resistenza, quando risultando eletto Generale dovettero convincerlo e dette tali esempi di umiltà che uno dei padri assistenti, il P. Getino, si alzò per pronunciare alcune parole di incoraggiamento e aiutarlo, così che un padre austro-ungarico P. Cornelius Boller [10], disse: «Mai nella mia vita sono stato presente ad una scena tanto bella» [11].
Nella diocesi di San Giacinto di Quebec, fu pubblicata nel 1944 una immaginetta con la fotografia del nostro martire con una preghiera approvata dall’autorità ecclesiastica nella quale si chiedeva al Signore il dono insigne dei miracoli necessari per la sua beatificazione sulla terra, affinché possiamo presto, assieme con la Chiesa venerarlo e invocarlo come un santo.
Dopo aver lasciato l’incarico non si mostrò addolorato e cercò anche di giustificare l’azione della Santa Sede con rispetto e mitezza. Vederlo celebrare la messa emozionava. Nella sua visita come Priore provinciale al Vietnam si prostrò in terra davanti la lapide dei nostri Martiri e stette molto tempo disteso a terra. Quando si alzò i presenti notarono il suo volto bagnato di lacrime. Riflettevano le virtù di un santo, esclamava il suo successore fra Aniceto Fernández.
Dal 28 ottobre 2007 l’Ordine dei Predicatori venera con gioia questo suo figlio con il titolo di beato e protomartire tra i suoi Maestri, elevato agli onori degli altari. La Provincia del Santo Rosario venera questo suo figlio donato all’Ordine come Maestro.
Nel giorno della sua beatificazione sarà il capogruppo di 74 martiri, rappresentanti tutta la famiglia di San Domenico: 40 sacerdoti, 18 fratelli cooperatori, 3 studenti chierici, un novizio chierico, una monaca contemplativa, 7 sorelle dell’Annunziata fondata dal beato Francesco Coll, 2 sorelle dell’Insegnamento dell’Immacolata, 2 laici domenicani.
Fr. Vito T. Gómez, O.P.
Postulatore Generale
Fr. Francesco Ricci, O.P.
Segretario della postulazione
1 AOP 18 (1927-1928) 583-585.
2 AOP 18 (1927-1928) 537-539.
3 AOP 19 (1929-1930) 136-137.
4 AOP 19 (1929-1930) 189.
5 Pio XI manifestò il suo pensiero su questa questione a partire dall’allocuzione che tenne nel concistoro segreto del 20 dicembre del 1926. Aveva manifestato il desiderio di vedere esclusi i cattolici che aderivano a questo movimento. AAS 18 (1926) 517-520. Questo movimento politico-sociale sorse in Francia alla fine del XIX secolo. Proponeva un nazionalismo radicale, aspirava alla restaurazione della monarchia e, in alcuni dei suoi ideologi, queste aspirazioni si mescolavano con posizioni agnostiche, atee e anticristiane.
6 «Rosas y Espinas», Año XII, novembre del 1926, nº. 175.
7 Positio, p. 159.
8 Positio, p. 161.
9 AOP 24 (1937-1938) 541-558.
10 Cornelius M. Böle, Socio del Definitore della Provincia Austro – Ungarica. AOP 17 (1925-1926) 591.
11 Positio, p. 405.
800 ANNI!
Per concludere la serie degli articoli dedicati all’anno giubilare di Prouilhe, abbiamo chiesto di raccontare le loro esperienze e impressioni ad alcune persone che hanno vissuto e lavorato presso monastero durante questo periodo accogliendo pellegrini, celebrando i sacramenti ecc. L’avvicendarsi quasi continuo di gruppi da ogni continente: Canada, Filippine, Nigeria, Polonia per ricordarne solo alcuni, ha richiesto un impegno molto intenso da parte di un buon numero di persone, ma tutti loro hanno riconosciuto che, nonostante la fatica, questa esperienza ha dato loro molte soddisfazioni.
Fra Brian Bricker op, Provincia Centrale degli Stati Uniti, cappellano del monastero di Prouilhe.
Per me l’aspetto più significativo di questo Anno Giubilare è stato il gran numero di persone che sono passate per Prouilhe, e ritengo un vero privilegio aver potuto incontrarle e raccontare la storia dei santi luoghi domenicani. Si trattava soprattutto di gruppi provenienti dagli Stati Uniti, e dall’Europa. Questi gruppi si sono avvicinati a noi con fresca attenzione e un vero interesse a ciò che accadde in questi luoghi. Penso anche ai molti gruppi di suore anziane che sono passate di qui – spesso soltanto per un giorno. Per molte di loro questa visita a Prouilhe era il realizzarsi del sogno di tutta una vita. Così, come ho detto, è stato davvero un privilegio per me essere un po’ come il rappresentante di ciò che è accaduto in questi luoghi e poter accompagnare queste persone a visitare Fanjeaux e dintorni. Tra questi, se mi consentite, vorrei ricordare uno dei
luoghi meno conosciuti e cioè Sorèze, dove fra Lacordaire ha vissuto ed è stato sepolto. Se non fosse stato per lui, il monastero, così come lo conosciamo oggi, molto probabilmente non sarebbe stato costruito.
C’è stato un bello spirito di collaborazione tra tutti coloro che erano impegnati in questi luoghi santi domenicani, come un parente appena arrivato ho imparato molto da una laica domenicana che è diventata un’esperta nel «raccontare la storia» della casa di san Domenico.
E’ stato gratificante anche vedere la comunità delle monache diventare più «internazionale» durante quest’anno, con l’arrivo di suore dal Perù, Messico e Filippine.
Uno degli avvenimenti più importanti di quest’anno è stato l’open day al monastero, avvenuto in settembre, al quale hanno partecipato le monache, permettendo ai visitatori di lanciare un’occhiata dentro il chiostro, avere un colloquio sul loro stile di vita e vedere delle diapositive sulla storia della basilica. Il tè offerto alla popolazione dei dintorni per molti ha rappresentato la prima occasione in cui potevano mettere piede nel monastero, nonostante avessero vissuto nelle vicinanze anche da 60 o 70 anni!.
Le suore si sono davvero impegnate per fare in modo che la loro liturgia fosse accogliente e accessibile ai visitatori. Quest’anno è aumentato il numero delle messe celebrate in inglese e spagnolo. E io sono stato contento di aver potuto celebrare in queste due altre lingue.
Incontri e scambi tra i pellegrini e le monache sono stati un altro fatto degno di nota, tutti hanno apprezzato la semplicità dell’accoglienza e della condivisione...
Sig.ra Brigitte Marlier, abitante di Fanjeaux, aiutante volontaria.
800 anni! 800 anni fa un canonico di Castiglia, chiamato Domenico, venne ad abitare nel nostro villaggio di Fanjeaux. Le strade strette ricordano ancora gli uomini e anche le donne che lo hanno seguito. All’inizio dell’estate diverse dozzine di abitanti, su invito delle suore, si sono messi in cammino sul sentiero che dal Seignadou porta al monastero. Su questo mitico e magico sentiero, se si ascolta attentamente, si possono ancora sentire i passi frettolosi di uno che è passato prima di noi.
Più tardi, a metà estate, il villaggio, alla luce delle torce ha rivissuto sotto un cielo trapuntato di stelle, la tragica storia di coloro che venivano chiamati «amici di Dio» o «buoni uomini» ma che la storia ha etichettato come Catari. Le parole di Domenico e Diego sfidarono quelle di Guilabert ed Esclarmonde, parlando di fede, vita, oggi e domani. Tutti costoro sono stati ricordati qui. Celebrare il compleanno della «Santa Predicazione di Prouilhe» in questo luogo è necessariamente il ricordare una realtà duplice. Giorno dopo giorno e per l’eternità confrontiamo la ricerca di verità con la ricerca della comunione di amore.
Fra André Vergne, prete diocesano, parroco di Fanjeaux, membro di una fraternità sacerdotale domenicana.
La mia prima visita a Prouilhe risale a quando ero ancora nel grembo di mia madre, che nel 1946 partecipò al pellegrinaggio del Rosario!
1. Prima del giubileo: nel novembre 2006, per celebrare il mio 60° compleanno ho guidato per 968 chilometri, al fine di trascorrere una settimana presso il monastero domenicano di Valdeflores [1] in Galizia, Spagna – è stata una straordinaria esperienza fraterna. La convinzione che ne ho tratto è che ovunque ci troviamo e in qualunque lingua sia celebrata la messa, possiamo sempre avvertire il clima della famiglia domenicana, e tutti si sentono fratelli e sorelle.
2. Durante il giubileo: nel periodo 2005-2007 la nostra diocesi di Carcassonne ha celebrato un sinodo e il 4 maggio di quest’anno il nostro vescovo, mons. Alan Planet, ha voluto che insieme ad altri impegni io diventassi parroco della zona di san Domenico, che include Fanjeaux, Montréal e Villasavary. Questa zona conta una popolazione di 10.000 abitanti, disseminati in 18 aree amministrative. Da qui nasce la convinzione che la mia missione è itinerante, spesso in movimento, cercando di essere vicino alla gente e di mettere radici come un missionario in questa parrocchia di san Domenico, con i suoi storici legami con le precedenti diocesi di Mirepoix e St Papoul.
3. Poiché il giubileo volge al termine: è estremamente evidente che durante quest’anno le folle sono accorse in gran numero e in ogni stagione per visitare i luoghi santi domenicani che sono chiamati le «terre dei Catari». Per alcuni villaggi san Domenico è importante per l’economia locale, tanto quanto i mietitura dei girasoli! L’esperienza di quest’anno mi ha donato la convinzione che i «Cumani» sono davvero alla nostra porta. Ciò significa che la gente cerca Dio e ognuno sta facendo la sua parte, ma con quali progetti la famiglia domenicana deve rispondere a questo bisogno sempre crescente?
Sr Charlotte Unrein o.p., delle Domenicane Great Bend, Kansas Stati Uniti, aiutante volontaria presso la foresteria di Prouilhe. (Dopo una vita trascorsa come missionaria in Nigeria e come infermiera in un ricovero, sr. Charlotte, nonostante sia ormai sulla settantina, non ha esitato a prestare aiuto alle suore di Prouilhe per un anno, durante il Giubileo).
Quando mi fermo a pensare, riconosco che è davvero un privilegio essere qui; anche se alcune cose sono difficili, è davvero un posto speciale e io qui ho incontrato molte persone speciali.
Ho molto gioito per i gruppi che sono venuti qui: suore, laici, coppie. In molti gruppi c’era qualcuno che conosceva un po’ l’inglese almeno. Quando invece ciò non avveniva, ci siamo capiti a gesti. Talvolta questo era abbastanza buffo.
Naturalmente noi non vestivamo l’abito che indossiamo oggi, e qualche persona mi ha fatto delle domande a questo riguardo, ma io spiego che è l’interiorità che conta e che per il tipo di lavoro che facciamo, l’abito religioso non è molto pratico.
Mi hanno rallegrato molto i gruppi di suore americane; questo rendeva le cose più facili per me, che ero così lontana da casa. Infatti io scrivo a casa ogni mese e così ho tenuto anche una specie di giornale, annotando le cose da raccontare alle suore quando sarò tornata a casa. Questo è un modo con cui loro possono partecipare all’Anno Giubilare anche se sono tanto lontane.
E’ stato bello anche vedere la comunità di Prouilhe che aumentava di numero con nuovi membri che sembrano molto validi, e questo è ancor meglio perché ciò renderà il lavoro un po’ più leggero per le suore.
Ho apprezzato il tempo avuto a mia disposizione qui per la preghiera e la riflessione. E’ bello pregare con le monache ed ho saputo che esse pregano per me. Questo è molto bello. Esse sono interessate alle notizie della mia congregazione e del fatto che ci stiamo orientando verso un unione con altre congregazioni. Io ho detto alle suore a Prouilhe che noi non abbiamo mai saputo cosa Dio avesse in serbo per noi e quali decisioni dovremo sicuramente affrontare in futuro.
Sono state tutte sollecite nell’imparare l’inglese. Io non comprendo bene il francese, ma, come mi ha detto un domenicano svizzero che è venuto in pellegrinaggio: «Non preoccuparti per la lingua, solo ringrazia Dio perché sei qui». E io l’ho fatto!
L’ultima parola va a una pellegrina, sr. Ruth Caspar o.p., Congregazione di St. Mary of the Springs, Columbus, Ohio, USA. Come i viandanti che passano attraverso Fanjeaux sulla loro strada verso Santiago di Compostela io sono venuta a Prouilhe durante la celebrazione di questo 800° anniversario come una pellegrina. Io festeggiavo il mio 50° anniversario di professione come suora domenicana e sono venuta qui dalla mia casa di Columbus, Ohio (USA) per fare il mio ritiro nella regione della fondazione dell’Ordine e del primo monastero di monache domenicane. Ho letto in IDI del nuovo centro fondato a Fanjeaux per le suore storiche dell’Ordine dei Predicatori e ho appreso che là c’erano stanze disponibili per lo studio, la ricerca e la preghiera. Avendo recentemente pubblicato la nostra storia – quella delle suore domenicane di St. Mary of the Springs – io ero desiderosa di sostenere questo progetto e potevo pensare che non ci fosse un luogo migliore per venire a fare questo ritiro. SHOP mi ha accolto e mi ha fornito lo spazio sacro di cui avevo bisogno per questo tempo di preghiera. Noi siamo venute presso la comunità di Prouilhe ogni giorno per l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore. Ho avuto il privilegio di poter trascorrere del tempo da sola in preghiera in diverse occasioni nella Casa di san Domenico, di arrampicarmi sulla collina del Seignadou, e di riflettere sulla continua missione nella Chiesa di questo Ordine dei Predicatori sempre vivo. Così, godendo del privilegio di pregare quotidianamente con la comunità internazionale delle monache e dei pellegrini di diversi continenti, io ho scritto nel mio diario di «questo tempo e spazio della grazia inaspettata, dei volti indimenticabili».
1. Questo è il monastero di origine di sr. Catalina, la priora di Prouilhe.
LETTERA DEL MAESTRO DELL’ORDINE FRA BUENAVENTURA GARCIA DE PAREDES O.P. ALLE RELIGIOSE
Sebbene ciò che abbiamo detto nelle Nostre Lettere inviate con gli Atti del Capitolo Generale di Ocaña a tutto l’Ordine si riferirà direttamente e principalmente ai religiosi, la cui cura sta specialmente a Nostro carico, ciò che abbiamo scritto può essere però applicato alle nostre Monache e Suore. Per cui crediamo di adempiere il Nostro dovere mandando anche a loro queste Lettere, aggiungendo anche qualche parola riguardo lo spirito di famiglia nel quale è giusto che tutti noi restiamo intimamente uniti, in quanto discendenti dello stesso Padre san Domenico.
Tutti noi che, per l’incorporazione a Gesù Cristo nel santo Battesimo, abbiamo ricevuto la filiazione divina, abbiamo ricevuto anche lo spirito di Gesù Cristo. Per questo spirito costituiamo una famiglia, della quale Lui è il Capo. E l’Apostolo insegna che questo spirito si infonde in ognuno di noi, secondo la misura della donazione di Cristo, in ordine alla perfezione del suo corpo mistico, che è la Chiesa.
I santi Fondatori degli Ordini religiosi ricevettero questa donazione divina più abbondantemente e sotto una forma che dà loro un certo carattere specifico dentro la Chiesa. Come un tempo Abramo fu eletto per essere padre di molte nazioni, anche i Fondatori furono fatti partecipi della paternità spirituale e divina, che tramite generazione ugualmente spirituale, devono trasmettere a molti altri, dando alla luce famiglie religiose che senza cessare proseguiranno nella Chiesa la loro opera.
E’ in questo che consiste la filiazione spirituale di ogni Ordine religioso. Tutti coloro che per la professione religiosa si sono uniti come discepoli a un Fondatore, mentre esteriormente vestono l’abito di quest’ultimo, interiormente informano la loro vita religiosa attraverso l’osservanza delle norme fondamentali ricevute dal Padre comune, e così costituiscono, dentro la grande famiglia cristiana, una famiglia speciale e più ristretta. Ogni famiglia religiosa riceve in eredità lo spirito del suo Fondatore, di cui vive, e riceve grazie a lui attraverso i tempi l’indole di comunità domestica, insieme al carattere proprio, specifico e indelebile, che la distingue dalle altre famiglie religiose.
Sebbene per le circostanze dei tempi, o per le speciali condizioni dei molti e diversi ministeri che, conformemente allo spirito del Fondatore, procurano il bene del prossimo, non tutte le nostre Suore Domenicane sono sotto la giurisdizione immediata dell’Ordine, e neppure nel loro proprio governo dipendono dal Maestro Generale, bisogna senza dubbio che sussista e si conservi integra, per essere un solo Ordine, l’unità sostanziale di tutti i rami dell’albero domenicano. Siamo effettivamente figli e figlie di un Padre comune. Ci rallegriamo di questa filiazione spirituale, e vogliamo trasmetterla, come sacra eredità paterna, a tutti coloro che dopo di noi devono ricevere lo spirito apostolico e lo devono diffondere a loro volta con produzione di fecondissimi frutti.
La grande varietà di Congregazioni e Istituti esistenti nell’Ordine non infrange in modo alcuno questa unità di origine, né altera la naturalezza o qualità del sangue, né distrugge quello che conviene alla famiglia presa nel suo complesso, né impedisce che si conservino integri i vincoli di ossequio filiale al Capo supremo della grande famiglia domenicana. Questo unico sangue che fluisce per le vene di tutto il corpo dell’Ordine, portando con sé per tutto il corpo l’ondata di vita spirituale e religiosa, è in realtà quello spirito inesauribile e sempre vivificante del nostro Padre san Domenico. Quanti si ritengono figli di san Domenico è certo che acquisteranno coscienza piena della loro filiazione domenicana, in modo che tutti i membri e tutti i rami dell’Ordine siano uniti da una sincera fraternità e che si mantenga la soggezione, almeno morale, di tutti loro alla suprema autorità del Maestro Generale dell’Ordine, come legittimo successore del nostro Padre san Domenico.
Il decreto di incorporazione e affiliazione all’Ordine, che dal Maestro Generale hanno chiesto e ottenuto varie Congregazioni Domenicane, costituite sotto la gloriosa insegna del nostro Padre, per prendersi cura, secondo lo spirito apostolico dello stesso, delle varie necessità di questi tempi, produce come effetto principale che abbiano e riconoscano l’unità di vita con le nostre Monache contemplative e con i Religiosi del primo Ordine. E causa anche un effetto secondario, che in realtà discende dal primo, cioè: comuni vincoli di famiglia, ordine dei diversi rami tra di loro e subordinazione di tutti i membri dell’Ordine al supremo Capo dello stesso. E da qui discende la partecipazione ai beni paterni, che, accumulati, per il tempo di sette secoli, costituiscono un ricchissimo tesoro di grazie e di meriti, i cui frutti abbiamo diritto di percepire e che dobbiamo conservare e aumentare, per consegnare tale tesoro ancora più arricchito alle generazioni future.
Più di 5.500 religiosi, sparsi per tutto l’orbe, in vari conventi o case e nelle missioni tra gli infedeli, lavorano nel sacro ministero delle anime. Dimenticando le tribolazioni passate e lottando tra i dispiaceri del presente, si impegnano ogni giorno con più fervore nell’osservanza regolare, si sforzano con più ardente impegno perché gli studi fioriscano sempre di più, e, cooperando al trionfo della causa cattolica, mostrano il loro cuore apostolico in azioni di ogni tipo contro errori e vizi.
Più di 4.600 religiose consacrate alla vita contemplativa abitano dentro i muri del monastero, fatte vittime volontarie di espiazione e intercessione, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, soffrendo indomabili la penuria delle cose più necessarie e sopportando pazientemente la dimenticanza e il disprezzo degli uomini del nostro tempo, che non comprendono tale genere di vita.
Le Religiose del nostro Terzo Ordine Regolare sono più di 24.000, distribuite in varie Congregazioni e Istituti, ed esercitano i loro molteplici lavori per tutti i paesi, sia tra i cattolici, sia tra i protestanti e gli infedeli, e infiammate dallo zelo della carità, soccorrono sempre più fervorosamente ogni tipo di necessità corporale e spirituale del prossimo.
Se per favore divino tutte le falangi dell’esercito domenicano si unissero tra di loro più strettamente, si aumenterebbe senza dubbio l’effettiva forza dell’Ordine. E nessuno soffrirebbe in ciò danno, ma al contrario tutti prospererebbero molto. Tanto più feconda sarebbe l’attività dei religiosi, quanto più intimamente fosse unita con l’immolazione delle religiose di vita contemplativa. E tanto più efficacia raggiungerebbe, quanto più intensamente cooperassero con essa le religiose di vita attiva.
Secondo i principi del Nostro governo è stato Nostro desiderio conseguire questa più stretta unità di azione. Confidando pienamente nel Signore, nella Regina del santissimo Rosario, nostra Madre, e nel nostro Padre san Domenico, speriamo fermamente che, nonostante le ordinarie difficoltà, si compirà questo desiderio. A partire dal momento in cui ci aggreghiamo all’Ordine, un unico e medesimo spirito di famiglia ci vivifica; lo stesso amore del bene comune dell’Ordine batte in ogni cuore domenicano; lo stesso entusiasmo per il sacro apostolato, ricevuto dal santo Fondatore, arde come fiamma nelle nostre volontà, che unanimemente aspirano alle stesse cose. Gli stessi mezzi di azione, anche se diversificati secondo la diversità del fine immediato, rivestono lo stesso carattere specifico in quanto alla loro manifestazione esterna; e in quanto alla sua interna costituzione ricevono la loro omogeneità da quella unità superiore che fluisce dallo spirito unico che informa tutto l’Ordine.
Per ciò che riguarda i mezzi che si devono applicare, sia per accrescere le mutue relazioni tra i rami e i membri dell’Ordine, sia per proseguire praticamente questa più intima, più perfetta e più feconda unità, Noi, conformandoci a quanto prescritto nel Capitolo Generale elettivo, celebrato l’anno scorso a Ocaña, determiniamo:
1. Che si pubblichino quanto prima le Costituzioni delle nostre Monache, dopo aver ottenuto la loro approvazione da parte della Santa Sede, redatte conformemente alle nostre Costituzioni in tutto ciò che si può applicare alle Monache. Il citato Capitolo Generale ha ordinato che alle Costituzioni delle Monache si anteponga il titolo Costituzioni delle Suore (secondo il nuovo diritto Monache) del sacro Ordine dei Predicatori, senza altra aggiunta, come per esempio del Secondo ordine, il quale da qualche tempo si è incominciato ad usare senza vero motivo fondato nella legge o tradizione dell’Ordine.
2. Sollecitare dalla Santa Sede che il Maestro Generale dell’Ordine possa, di per sé o tramite i suoi delegati, fare la visita canonica nei conventi delle Monache che non sono soggetti all’immediata giurisdizione dell’Ordine, che chiedano questa visita. Questo si farà senza danno alla giurisdizione dell’Ordinario del luogo, e sarà rivolto soltanto a conservare e a sollecitare l’osservanza regolare secondo le Costituzioni e le lodevoli consuetudini conformi allo spirito dell’Ordine ricevuto dal nostro santo Fondatore e confermato dalla tradizione, in modo che il vero e genuino spirito non degeneri né si svii a causa dell’influsso di regole, consuetudini o usi estranei all’Ordine. Di questa visita canonica il Maestro dell’Ordine darà conto alla S. Congregazione dei Religiosi.
3. Ottenere dalla Santa Sede che il Maestro Generale, di per sé o tramite suoi delegati che sceglierà nell’Ordine, possa ogni quinquennio fare una visita canonica in tutti gli Istituti del Terzo Ordine Regolare, sia di diritto pontificio sia diocesano, che abbiano ottenuto o otterranno in futuro il Decreto di Affiliazione all’Ordine. L’unico fine di questa visita canonica sarà che nei menzionati Istituti si irrobustisca e si conservi il vero spirito dell’Ordine.
4. Tutti gli Istituti del Terzo Ordine Regolare, sia di diritto pontificio sia di diritto diocesano, che abbiano ottenuto o ottengano in futuro il Decreto di Affiliazione all’Ordine potranno usare nei loro documenti il segno proprio di questo aggiungendo i simboli propri di ogni Istituto. Ugualmente le Suore appartenenti a questi Istituti potranno posporre al proprio nome e cognome le parole indicanti l’Ordine, cioè Ordine dei Predicatori, o più brevemente le iniziali, firmando così: suor N.N., O.P.
5. Per giungere più facilmente alla pratica questi mezzi e perché possiamo provvedere con più diligenza in riferimento alla conservazione dei legami di famiglia e a sollecitare l’intima unione tra i molteplici rami dell’Ordine, per procurare e mantenere ciò che a tutti sarà conveniente, istituiamo nella nostra Curia Generalizia una Commissione permanente, composta da tre dei Nostri Soci, come Vocali, e di un Segretario, che sarà lo stesso Segretario del Nostro Consiglio Generalizio. A questa Commissione potranno ricorrere i Conventi delle nostre Monache e gli Istituti del Terzo Ordine Regolare sparsi in tutto il mondo. Attualmente formano la sopraddetta Commissione i seguenti membri:
M.R.P. Mtro. fra Luis Nolan, Provinciale di Lituania,
M.R.P. Mtro. fra Antonino Ricagno, Provinciale di Dacia,
M.R.P. Mtro. fra. Juan Casas, Provinciale di Grecia,
M.R.P. Lett. fra Manuel Montoto;
i primi tre come Vocali, e l’ultimo come Segretario.
E allora, nel terminare queste lettere, vi preghiamo con ogni insistenza, Sorelle e Figlie Nostre amatissime, che riceviate queste Lettere con spirito corrispondente al fraterno affetto e amore paterno con il quale le abbiamo scritte e ve le inviamo.
In segno di garanzia di questo Nostro affetto di carità, vi benediciamo di tutto cuore, chiedendo con ogni insistenza l’aiuto delle vostre preghiere in favore Nostro, dei Nostri Soci e di tutto l’Ordine.
FRA BUENAVENTURA GARCÍA DE PAREDES
Maestro Generale.
L.+ S.
Segretario.
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